C’è ancora bisogno di Programmazione?

di Renato Soru | tutti gli articoli dell'autore

regione palazzo

L’articolo è tratto dall’intervento di Renato Soru alla Tavola Rotonda ”Storia e attualità del Piano del Lavoro. Si può fare a meno di una strategia europea di sviluppo per l’Italia e per il Sud?”, organizzata il 22 gennaio 2010 a Foggia dalla Fondazione Giuseppe di Vittorio (NdR).
 

                                                                **************************

Ha senso ancora oggi continuare a programmare? Continuare ad avere uno sguardo lungo? Continuare ad immaginare un futuro non immediatamente vicino a noi? Continuare ad attrezzarci per raggiungere un’idea di lungo periodo? O, date le delusioni del passato o comunque le realizzazioni non vicine di chi ha programmato in passato, non dobbiamo abbandonare questa ipotesi e affidarci alle magnifiche sorti e progressive che possono venire dal dispiegarsi del libero mercato?

È evidente che sono domande retoriche. Ancor più oggi che ci siamo definitivamente lasciati alle spalle uno dei grandi momenti di programmazione, di tentativo di programmazione in Italia ed in Sardegna. Un tentativo di avere uno sguardo lungo, di immaginare un futuro, di sognare un mondo diverso e non solo di attardarsi a sognarlo ma di attrezzarsi, con uno sforzo di immaginazione e di progetto, per capire in che modo farlo.

La programmazione è importante. Lo sappiano soprattutto i giovani. Ognuno di loro, chi più chi meno, programma qualcosa per la sua vita e cerca di fare il meglio possibile per poterlo realizzare. Qualcuno programma come terminare i suoi studi. Qualcuno inizia a immaginarsi l’Università. Qualcuno immagina un lavoro e un percorso, lungo la propria vita. Ed è meglio per tutti iniziare sin da giovani a programmarsi la propria vita, perché quelli che arrivano più lontano e le cui realizzazioni sono più importanti, sono quelli che da subito hanno tolto lo sguardo dal giorno per giorno ed hanno provato ad immaginare un futuro. Programmare è importante. Costruirsi un progetto personale è importante nella vita quotidiana ma è altrettanto importante costruire insieme un progetto per la vita collettiva, la città, la regione, il paese.

A chi è assegnata la responsabilità di avere un progetto? Certamente è assegnata a ciascuno -ciascuno per la sua responsabilità e per le sue competenze- in primo luogo a chi ha la massima responsabilità di governo. D’altronde, cosa è governare se non presentare un progetto, un’idea di società, un’idea di percorso da fare assieme, un’idea di futuro? Semmai l’imbarazzo di tanti, in questi tempi, è di non riuscire a cogliere qual è il progetto del nostro paese e della nostra isola in questo momento. Dove stiamo andando? Cosa vogliamo fare? Cosa pensiamo di noi oggi e cosa pensiamo del noi possibile nel futuro? E come arrivarci in questo futuro?

È certamente compito della politica avere una visione di società e un programma per realizzarla. Se talvolta le realizzazioni non sono all’altezza delle attese, non significa che dobbiamo abbandonare ma che dobbiamo affinare ed aumentare gli sforzi, per fare nel migliore dei modi un programma per la Sardegna, per il governo della Sardegna. Un programma per il governo diffuso del paese, che ormai vede le regioni protagoniste perché hanno la responsabilità diretta del governo del territorio, del trasporto pubblico locale, delle politiche della salute e sociali, della formazione. Hanno una grande quantità di responsabilità. Molto del governo della nostra vita passa attraverso le regioni. Perciò si devono dotare di una capacità di immaginare un futuro e di un progetto per realizzarlo. In Italia, nel governo di centrosinistra, si era fatto un ulteriore sforzo di programmazione.

Per la prima volta si è cercato di mettere insieme tutte le risorse utilizzabili: quelle europee innanzitutto, quelle nazionali e dei fondi Fas, le risorse ordinarie delle diverse regioni per comporre un unico documento di programmazione, un documento strategico nazionale con cui il paese si è presentato all’Europa. Uno sforzo, nuovo e compiuto, di programmazione. Programmazione, non pianificazione. Non la volontà di pianificare tutto ma di programmare alcuni obiettivi chiari, condivisibili, su cui concentrare la propria azione.

Cosa è mancato? Forse è mancata la capacità di essere effettivamente efficaci ed abili. È mancata forse la capacità della classe dirigente di essere tempestiva, immediata, puntuale nel realizzare i suoi buoni propositi. Una classe dirigente vasta - dal livello centrale sino a quello periferico- che è tutta coinvolta in questi processi. Un cambiamento importante, un avanzamento importante di un paese, di una regione, di un popolo non può essere fatto solamente, o guidato unicamente, dalle classi dirigenti, ma deve essere fatto proprio da tutti quanti. Fatto proprio dalle università, dalle imprese, dai lavoratori, dagli studenti, dagli insegnanti, dai cittadini. Fatto proprio da tutti e non vissuto come una cosa a parte, una cosa che non riguarda ciascuno o a cui possiamo semplicemente assistere.

Non sono sicuro infatti che ci sia il necessario livello di coinvolgimento di tutti i cittadini. C’è un virus profondo che ormai ha raggiunto le nostre coscienze, da cui dovremmo con fatica cercare di liberarci ed è quello dell’egoismo, dell’individualismo, del pensare che l’altro non ci riguardi, del pensare che ci sia una via di fuga, una soluzione solo per noi e non per noi insieme agli altri. Questa ricerca spasmodica di percorsi personali, a volte a danno degli altri, è qualcosa che sta impoverendo tutti e che rende sterili i tentativi collettivi, comuni.

Non è la qualità della programmazione, la necessità e l’attualità del Piano del lavoro e della Programmazione che devono essere ripensate ma il livello di coinvolgimento e di responsabilizzazione di ciascuno. E’ un lavoro lungo, profondo, meticoloso che deve essere fatto.

Altro che ripensare se è necessaria la Programmazione. Occorre ripensare dove si vuole andare, tutti quanti, in un momento in cui il mondo ci chiama non a piccoli spostamenti. Ma ad un ripensamento profondo su come possa essere vissuto lo stare assieme, su questo pianeta, da miliardi di persone. Ciò che vediamo, anche vicino a noi, ci chiama a ripensare su come stare sulla terra, sul territorio e su come utilizzarlo, come utilizzarne le risorse, l’energia, la terra, l’aria, l’acqua, tutto. Deve essere fatto uno sforzo culturale collettivo di ripensamento dei punti di vista, dei valori e della volontà di legarsi a questi valori. Effettivamente e non ogni tanto come slogan elettorali.

Può succedere che ci siano istanze di divisione più ampie di quelle che si colgono adesso nel Nord. Può succedere, finalmente, che magari la questione delle “aree deboli” sia risolta alla radice perché la sfida lanciata sarà raccolta in maniera virtuosa. Il Mezzogiorno, ad esempio, è diversificato, non solo per le note ragioni ma anche dal punto di vista istituzionale. Ci sono Regioni a Statuto speciale, come la Sardegna e la Sicilia, che sperimentano una specie di federalismo già da decenni e nel loro bilancio hanno entrate che sono il risultato di quote anche più rilevanti di ciò che viene raccolto nella regione. Ci sono Regioni a Statuto ordinario che hanno un diverso rapporto col federalismo.

Dobbiamo chiederci che cosa vogliamo e cosa siamo a disposti a dare per ciò che vogliamo, perché non possiamo avere tutto senza alcuna conseguenza. Come politico e cittadino della Sardegna, chiedo maggiore “sovranità agita” a chi amministra la nostra regione. Se vogliamo agire maggiore “sovranità” nel disegnare le politiche della scuola, nelle politiche culturali, nelle politiche ambientali – mai vorrei che un Governo nazionale decidesse di mettere una centrale nucleare a casa mia – dobbiamo sapere che maggiore “sovranità” vuol dire maggiore responsabilità. Non credo che possiamo pretenderla e poi chiedere che qualcuno ci paghi il conto.

Nei principi fondamentali della nostra Costituzione, c’è il vincolo insopprimibile di solidarietà politica, economica e sociale su cui si basa l’unità nazionale. Ma la Costituzione non dice che questo vincolo di solidarietà debba essere unidirezionale per i secoli futuri. Non può essere che la solidarietà provenga sempre da una parte dell’Italia che dà verso un’altra che sempre riceve. Bisogna contare su se stessi e sulla possibilità, finalmente, di essere anche solidali verso altri. Se così è, allora dobbiamo fare un po’ di conti.

Io conosco i conti della Regione Sardegna. La Sardegna non basta ancora a se stessa. Non basta a se stessa se dovesse pagarsi la sicurezza: Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza. Non basta a se stessa se dovesse pagarsi un miliardo e trecentomilioni di euro che è il costo della scuola pubblica. Ho assistito a molte discussioni nella Conferenza delle Regioni: come spiegare all’assessore al Bilancio della Lombardia che, in una regione meridionale, il numero dei dirigenti dell’amministrazione regionale è il doppio o cinque volte quello nell’amministrazione lombarda? Come si fa a spiegarglielo? Non si possono fare battaglie di retroguardia di questo tipo. Se abbiamo più bisogno, vuol dire che dobbiamo essere migliori, più attenti, più capaci di onorare ogni euro che abbiamo per fare le cose che servono.

Oggi purtroppo non c’è un progetto di federalismo fiscale. C’è l’idea di fare il federalismo fiscale. Una legge delega incarica pericolosamente qualcuno di presentare un progetto. Non ci sono conti, non ci sono ancora i numeri, c’è soltanto un principio enunciato. Il principio è che, posto un vincolo insopprimibile di solidarietà, è necessario garantire livelli essenziali a tutti nella scuola, nella sanità, nella sicurezza, nei trasporti. Per garantire questi livelli essenziali, si deve spendere in maniera più o meno uguale in tutti i territori, anche se ci sono differenze rilevanti. Si devono fissare dei costi per i servizi minimi ed è normale che a quei costi tutti devono fare riferimento. Non sarà più accettabile che una Regione, per accompagnare un ragazzo a scuola, spenda dieci euro e un’altra, per lo stesso servizio, ne spenda cento. Questa dovrà accettare di essere commissariata ed i cittadini, pur non essendo esperti di bilancio, cercheranno di valutare e di votare con attenzione chi è credibile rispetto ad un progetto. Le cose andranno in questo modo.

È arrivato il momento che noi cittadini della Sardegna ci facciamo i conti. Ciascun giovane o studente universitario, ogni tipo di famiglia. Ognuno dovrà cambiare le sue condotte di vita quotidiana, a scuola, a casa, nella gestione dei rifiuti, nei parcheggi. Questo per noi deve essere un’opportunità. Ci sarà un nuovo, difficile da far nascere, e un vecchio, difficile da far morire, ma dobbiamo affrontare con coraggio e con speranza questa novità. Chissà che non sia finalmente la volta buona per la Sardegna.





03/04/2012
COMMENTA

Condividi su:

Condividi con facebook Condividi con twitter Condividi con myspace Condividi con google Condividi con delicious Condividi con digg Condividi con linkedin Condividi con reddit Condividi con oknotizie Condividi con technorati
I commenti dell'articolo [38]

Condividi su:

Condividi con facebook Condividi con twitter Condividi con myspace Condividi con google Condividi con delicious Condividi con digg Condividi con linkedin Condividi con reddit Condividi con oknotizie Condividi con technorati