A sa gherra, bisonzat a la gherrare…

di Salvatore Cubeddu | tutti gli articoli dell'autore

Alghero

I due telegiornali privati hanno messo la notizia in terza e in seconda fila. Ed era il primo giorno della riunione degli “stati generali del Popolo Sardo”. Il giorno dopo, alle ore 12,50, 17 marzo, si sente nell’aula: “Ma come può questo Consiglio regionale pensare di offrire speranza alla nostra gente?”. E’ uno sconsolato ‘riformatore’, che fa il punto sulle assenze dei consiglieri della maggioranza e del loro silenzio in aula. Il morale è sotto i tacchi. Un intervenuto ironizzava: ‘siamo gli stati dei ‘sottufficiali’ del Popolo sardo!”. Il centrosinistra ha avuto giuoco facile a crocifiggere  un centrodestra irresponsabile, a negare il documento unitario, a chiedere a Cappellacci di ritirarsi dalla guida della battaglia e, persino, a offrire le sue dimissioni dall’esercito.
Ed ora, dovrebbe iniziare la battaglia contro lo Stato?

Purtroppo, ad essere pessimisti, in Sardegna si ha (quasi sempre) ragione. Però è un lusso che non possiamo permetterci. Bisognerà trovare un rimedio. Il bilancio della Regione comprende i crediti verso lo Stato, praticamente senza di essi si va in default. Una quota delle imprese è assediata da Equitalia. Nelle zone industriali si continua a chiudere, oppure si preparano futuri devastanti, come  in tanti prevedono con la Matrica di Porto Torres. Se non smette il vento dell’est, i guai della siccità  si aggiungeranno agli altri dell’agricoltura. Est s’annu doighi (il 1812 fu l’anno della fame)! 

Questa sessione del Consiglio regionale allargato confermerà tra i consiglieri regionali che la società civile non è poi tanto migliore della politica, cioè di loro stessi. Ma già  da subito nasce tra i cittadini, soprattutto tra le migliaia che in questi mesi si sono mobilitati e si mobiliteranno, il problema di cosa succederà ora. Siamo di fronte a una guerra inevitabile e la maggioranza dei sardi ha scelto tre anni fa di farsi guidare dagli uomini che hanno preferito il berlusconismo al sorismo. La Sardegna l’ha pagata cara e quelli sono stati addirittura assenti dall’aula dove si discuteva con angoscia il futuro di un popolo alla fame. Si capiscono così i patemi del centrosinistra e le prese di distanza da Cappellacci. Eppure tutti gli interrogativi rimangono: ci sono alternative a questa battaglia? Qualcuno si illude che lo Stato sia ‘avvicinabile’ senza una nostra azione? Che sia disponibile a concederci qualcosa che non siano le briciole? E’ già successo: si tenterà di portare i nostri dirigenti dalla parte dei suoi interessi. Magari corrompendo o intimidendo chi dovrebbe guidarci.

Anche per il centrosinistra questa situazione non è facile. Il presidente della Regione è istituzionalmente il capo, ma non ha un esercito, né in questi mesi si è accreditato nella qualità di comandante. La Sardegna ha bisogno del centrosinistra in formazione di battaglia. Esso non può che conquistarsi i gradi, già ora, sul campo. Ma in non pochi dubitano che esso stesso mantenga la voglia e la capacità di combattere. Bisogna essere chiari: una vittoria, o almeno una non sconfitta, in questa guerra, sarà la condizione del suo tornare al governo della Regione. Certo, potrà lottare insieme ai sindacati, che saranno sempre tentati di sostituirsi ai politici. Ma ora sono essi stessi assediati da figure sociali e moltitudini diffidenti verso una loro egemonia. E poi non è sicuro che il ‘tavolo’ presso il governo, dove sedersi con la giunta regionale, renderà loro più facile il raggiungimento degli obiettivi per i quali ha indetto con successo i quattro scioperi generali. Quindi, chi guiderà la vertenza: i politici oppure i sindacati? I sindacati con i politici? Non è una domanda retorica dopo i precedenti dell’autunno del 2005.

E se pure il centrosinistra e i sindacati – più combattivi, ma influenzabili ‘dall’Italia’, analogamente al centrodestra (e, per certi versi, anche di più) – fanno la mielina, o fanno  solo finta di lottare, che si fa?

Ragazzi, si fa lo stesso!   Cosa?

Pensiamoci. Parliamone. Qualche idea c’è, veniamo da decenni di lotte e qualcosa lo si è pure imparato. Sentiamo ciò che si dice in giro e ri-parliamone. Ce n’est ch’un debut…

P. S. Non fa piacere vedere dei ‘fazzolados’ (a viso coperto) parlare in televisione mentre sono quasi a contatto con i 150 mila wolt. Non piace neanche constatare che i disperati dell’Alcoa rifuggono dal pericolo solo perché il vescovo li richiama. Ma era questo che succedeva mentre nel palazzo di via Roma si intristivano, elencando problemi invece di concordare una credibile risposta fatta di obiettivi, di coordinamento delle iniziative, di reciproca fiducia. La nostra gente, invece,  non è (ancora) arresa. Chi ha il tempo e il modo, e il dovere, di organizzare un percorso di risoluzione deve proporlo e perseguirlo. Come?

Esistono già delle proposte, di soluzione e di battaglia. Alcune sentite nel corso della riunione del Consiglio, di tipo istituzionale e sociale, praticabili da subito A presto.
 





19/03/2012
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