di Aide Esu | tutti gli articoli dell'autore
Il 22 ottobre del 2008 l'Unione Europea ha dichiarato il 2010 l'anno di lotta alla povertà, quale frutto di una presa in carico di un problema sempre più drammatico che riguarda 78 milioni di cittadini europei. L'esigenza di richiamare l'attenzione dei governi d'Europa su questo tema non è dato unicamente dalla gravità delle cifre o da fattori congiunturali, il processo delle decisioni europee richiede concertazioni lunghe che hanno preceduto di gran lunga l'esplosione della crisi.
Da molti anni le politiche di coesione sociale sollecitano i decisori nazionali e regionali ad intervenire con politiche pubbliche strutturate quali i piani di lotta alla esclusione sociale. Nel 2003 il governo italiano ha presentato il libro bianco sul Welfare nel quale si disegnava uno scenario organico di priorità da perseguire in un triennio. Al piano nazionale non sono seguiti i piani regionali, i pochi interventi non sono stati inquadrati in un disegno strategico, sono state semplici risposte per tamponare le emergenze insorgenti.
Nei giorni scorsi i sottoscrittori della Carta di Zuri hanno richiamato l'attenzione dei decisori regionali sull'urgenza di un piano di lotta all'esclusione. Cosa dovrebbe contenere questo documento programmatico? La decisione della Commissione Europea e del Comitato delle Regioni lo dice a chiare lettere, gli obiettivi principali sono tre:
1.riconoscere i diritti, di coloro che vivono in condizioni di povertà e di esclusione sociale a vivere dignitosamente ed essere a pieno titolo cittadini per godere dei diritti economici, sociali e culturali, abbattere gli stereotipi e combattere le forme di stigmatizzazione;
2.condividere le responsabilità, cioè accrescere gli spazi di partecipazione pubblica alle politiche ed alle azioni di inclusione sociale;
3. promuovere la coesione sociale attraverso politiche miranti a migliorare la qualità della vita, il benessere sociale e le pari opportunità fra tutti. Questi obiettivi devono essere tradotti in azioni concrete che affrontino in modo mirato le problematiche di ogni territorio.
Prima di argomentare come possono essere declinati questi tre obiettivi vorrei sgombrare subito il campo da una serie di piccoli corto circuiti informativi sul tema. Da qualche anno l'Istat divulga informazioni relative alla povertà attraverso la produzione di documenti snelli destinati ad un pubblico di non addetti ai lavori. La fruibilità dei comunicati stampa su povertà e consumi veicola attraverso i media concetti quali povertà relativa, povertà assoluta. Vi è una indubbia efficacia comunicativa nel parlare di una linea al di sotto o sopra della quale si è statisticamente considerati poveri. Questo strumento facilita le comparazioni territoriali che trovano uno spazio rilevante. Fornire classifiche accentua la sindrome da sondagismo. Continuiamo a confrontarci, a collocarci rispetto agli altri, ma non siamo in grado di vedere quanto accade intorno a noi, non abbiamo più occhi per accorgerci di chi vive di una pensione sociale, o di chi ha perso il lavoro o di chi fa un lavoro precario e non può rivendicare i suoi diritti per il timore di perdere ciò che gli permette di sopravvivere. Al di là di questo criticismo vi è l'indubbio pregio di porre periodicamente l'attenzione della pubblica opinione e dei decisori sul problema.
Un secondo aspetto sul discorso pubblico attorno alla povertà ha a che fare con i suoi contenuti. Da qualche tempo esso si costruisce attorno a due chiavi di lettura, o meglio a due affermazioni, le nuove e le vecchie povertà. E' un discorso ricorrente che ha progressivamente assunto la connotazione di un cliché comunicativo. E' stato usato dalla stampa locale e poi rilanciato dagli attori sociali. Seguendo le logiche dello spazio pubblico mediatizzato, nessuno argomenta cosa siano le nuove e le vecchie povertà, non sappiamo a quali criteri di distinzione si faccia riferimento.
Esiste, come ormai la lunga esperienza della Banca Mondiale testimonia, un fenomeno chiamato povertà che si presenta come complesso e certamente non riconducibile a categorie quali nuove o vecchie. I fattori di rischio di povertà sono legati alle condizioni di vita, alla disuguaglianza economica, all'accesso al mercato del lavoro, all'esclusione sociale, all'istruzione e la formazione, alla partecipazione sociale.
Un quadro assai articolato riassumibile nella terribile condizione di tutti coloro che non intravedono un futuro nelle loro vite. Un'invisibilità di drammi personali che pochi conoscono, la ristretta cerchia dei familiari, i centri di assistenza a cui si rivolgono, i servizi sociali che cercano di rispondere con la pochezza di mezzi a loro disposizione. Parliamo di carriere morali dell'esclusione, costruite nell'arco della vita attraverso percorsi accidentati fatti di concatenazioni di abbandoni scolastici, di perdita di lavoro, di lavoro precario, di lavoro nero. Spesso la sfera lavorativa è un triste repertorio di ingressi anticipati nel mondo del lavoro, di assenza di diritti, di vite appese a precarietà senza fine.
E' una vulnerabilità che espone in modo particolare le donne, specie tra i 18-25 anni e quando raggiungono l'età della pensione, per loro gli eventi legati al ciclo della vita costituiscono un vulnus rilevante nei loro percorsi biografici, questi spesso sono fatti di matrimoni precoci, di separazioni e di ritorno alla casa materna Le rotture dei legami affettivi - separazioni, morti - è un dato ricorrente nelle loro traiettorie di vita, rappresenta, non soltanto una perdita affettiva, ma spesso la privazione dell'unica fonte di reddito. Per molte il ritorno alla casa materna significa la perdita dell'autonomia. Sono strategie di sopravvivenza che si affidano all'unica fonte di reddito, la pensione materna o paterna; una soluzione fortemente incerta perché centrata sulla speranza di vita dei genitori.
La vita ha abituato queste donne a vivere con poco, l'aiuto alimentare degli enti religiosi di assistenza, l'acquisto di una bombola del gas, il pagamento di una bolletta, un piccolo aiuto per l'affitto, il sussidio di 100 o 150 euro da parte dei servizi sociali. Esemplificazioni di vite senza futuro potremmo farne ancora tanti. Ciò che accomuna tutti gli invisibili senza futuro è l'inesistenza del welfare, una condizione umana a cui la ridicola misura della social card ha mediaticamente preteso di dare risposta.
Come si concilia questo quadro critico con i tre obiettivi -riconoscere i diritti, condividere le responsabilità promuovere la coesione sociale- dell'istituzione dell'anno europeo della povertà? Direi che è soprattutto l'ingombrante presenza di quei 78 milioni di cittadini europei, che tanto preoccupano Bruxelles, a sbatterci in faccia che l'assioma classico povertà=sottosviluppo non regge più. Le megacities, anche quelle considerate come le più moderne e "sviluppate" sono luoghi che attirano milioni di diseredati alla ricerca di un futuro possibile. Le categorie della crescita non funzionano più, non ci aiutano a comprendere la complessità di ciò che sinteticamente è definito come la multidimensionalità della povertà. Uno schema interpretativo che richiama all'articolata composizione dei processi di esclusione sociale dove la dimensione economica rappresenta solo una parte del problema.
La consolidata presenza dell'emigrazione anche in Europa ci pone di fronte problemi nuovi e rafforza la consapevolezza di quanto il rischio, la vulnerabilità, i fattori culturali, etnici, religiosi e di genere interagiscano ed influenzino la povertà. Ma soprattutto mettono in evidenza quanto la misurazione della povertà basato su una rilevazione del consumo e del reddito familiare sia ormai uno strumento non solo statisticamente povero ma anche obsoleto sul piano della rappresentatività sociale e fa crescere l'esigenza di integrare i metodi quantitativi con quelli qualitativi e definire nuovi indicatori capaci di rappresentare fattori come il rischio, la vulnerabilità, l'esclusione sociale. La lunga esperienza della Banca Mondiale e delle organizzazioni internazionali nella lotta contro la povertà nel mondo ci offrono un quadro ricco e interessante. Esse propongono di allargare l'attenzione su tre aree: 1. le differenze di reddito necessario per raggiungere le condizioni di vita di base (cibo, sicurezza, abitazione, livelli accettabili di salute e scolarizzazione); 2. il senso di impotenza verso le istituzioni e la società, l'assenza di una speranza di cambiamento; 3. la vulnerabilità nei confronti delle avversità (salute, perdita del lavoro, disastri naturali etc.).
Leggere la povertà dentro questo quadro comporta ripensare alle condizioni dentro cui essa si produce. I ricercatori della Banca Mondiale suggeriscono di focalizzare l'attenzione su 5 ambiti: la capacità umana intesa quale capacità di acquisire un lavoro, competenze di base e buona salute; gli assetti ambientali nei quali si vive, gli assetti fisici quali l'accesso alle infrastrutture, gli assetti finanziari, la capacità di risparmio e l'accesso al credito, gli assetti sociali, i network di relazioni e di obblighi reciproci. Portare l'attenzione su queste aree significa anche introdurre strumenti e metodologie qualitative grazie alle quali è più facile introdurre processi di empowerment degli attori sociali finalizzate al rafforzamento dei processi di cambiamento. E' ampiamente dimostrato come l'aiuto economico -necessario nell'immediato- rappresenti una misura inefficace per l'uscita dalla condizione di povertà.
Naturalmente questi processi sono condizionati dal mercato, dalle istituzioni politiche e dalle forze sociali. Il superamento della deprivazione non può essere circoscritto alla sfera economica ma deve allargare il suo orizzonte alla dimensione umana e sociale nella sua interezza. Il pensiero dell'economista Amartrya Sen ha fortemente influenzato le agende mondiali di lotta alla povertà, il suo contributo più rilevante consiste nell'aver spostato il focus di lettura dell'ineguaglianza dai temi economici, distribuzione della ricchezza, benessere economico, a quelli della capability, intesa come espressione delle potenzialità dell'individuo (fisiche-abilità-valorizzazioni delle proprie capacità).
E' su questa ricchezza che i decisori pubblici debbono investire, migliorare le condizioni di salute non significa unicamente intervenire sul benessere fisico ma anche sulle potenzialità di guadagnare un reddito, intervenire sulla formazione o sulla riduzione della vulnerabilità, non significa circoscrivere l'intervento ad una singola azione ma questa sviluppa un insieme di potenzialità che mirano a contenere l'esclusione. Ecco che se si guarda all'esclusione sociale da questo punto di vista, riconoscere i diritti, condividere le responsabilità e promuovere la coesione sociale appaiono come tre obiettivi raggiungibili e non più una carta di buoni propositi.
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