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I discorsi attorno alla povertà

di Aide Esu | tutti gli articoli dell'autore

Il 22 ottobre del 2008 l'Unione Europea ha dichiarato il 2010 l'anno di lotta alla povertà, quale frutto di una presa in carico di un problema sempre più drammatico che riguarda 78 milioni di cittadini europei. L'esigenza di richiamare l'attenzione dei governi d'Europa su questo tema non è dato unicamente dalla gravità delle cifre o da fattori congiunturali, il processo delle decisioni europee richiede concertazioni lunghe che hanno preceduto di gran lunga l'esplosione della crisi.

Da molti anni le politiche di coesione sociale sollecitano i decisori nazionali e regionali ad intervenire con  politiche pubbliche strutturate quali i piani di lotta alla esclusione sociale. Nel 2003 il governo italiano ha presentato il libro bianco sul Welfare nel quale si disegnava uno scenario organico di priorità da perseguire in un triennio. Al piano nazionale non sono seguiti i piani regionali, i pochi interventi non sono stati inquadrati in un disegno strategico, sono state semplici risposte per tamponare le emergenze insorgenti.

Nei giorni scorsi i sottoscrittori della Carta di Zuri hanno richiamato l'attenzione dei decisori regionali sull'urgenza di un piano di lotta all'esclusione. Cosa dovrebbe contenere questo documento programmatico? La decisione della Commissione Europea e del Comitato delle Regioni lo dice a chiare lettere, gli obiettivi principali sono tre:

1.riconoscere i diritti, di coloro che vivono in condizioni di povertà e di esclusione sociale a vivere dignitosamente ed essere a pieno titolo cittadini per godere dei diritti economici, sociali e culturali, abbattere gli stereotipi e combattere le forme di stigmatizzazione;

2.condividere le responsabilità, cioè accrescere gli spazi di partecipazione pubblica alle politiche ed alle azioni di inclusione sociale;

3. promuovere la coesione sociale attraverso politiche miranti a migliorare la qualità della vita, il benessere sociale e le pari opportunità fra tutti. Questi obiettivi devono essere tradotti in azioni concrete che affrontino in modo mirato le problematiche di ogni territorio.

Prima di argomentare come possono essere declinati questi tre obiettivi vorrei sgombrare subito il campo da una serie di piccoli corto circuiti informativi sul tema. Da qualche anno l'Istat divulga informazioni relative alla povertà attraverso la produzione di documenti snelli destinati ad un pubblico di non addetti ai lavori. La fruibilità dei comunicati stampa su povertà e consumi veicola attraverso i media concetti quali povertà relativa, povertà assoluta. Vi è una indubbia efficacia comunicativa nel parlare di una linea al di sotto o sopra della quale si è statisticamente considerati poveri. Questo strumento facilita le comparazioni territoriali che trovano uno spazio rilevante. Fornire classifiche accentua la sindrome da sondagismo. Continuiamo a confrontarci, a collocarci rispetto agli altri, ma non siamo in grado di vedere quanto accade intorno a noi, non abbiamo più occhi per accorgerci di chi vive di una pensione sociale, o di chi ha perso il lavoro o di chi fa un lavoro precario e non può rivendicare i suoi diritti per il timore di perdere ciò che gli permette di sopravvivere. Al di là di questo criticismo vi è l'indubbio pregio di porre periodicamente l'attenzione della pubblica opinione e dei decisori sul problema.

Un secondo aspetto sul discorso pubblico attorno alla povertà ha a che fare con i suoi contenuti. Da qualche tempo esso si costruisce attorno a due chiavi di lettura, o meglio a due affermazioni, le nuove e le vecchie povertà. E' un discorso ricorrente che ha progressivamente assunto la connotazione di un cliché comunicativo. E' stato usato dalla stampa locale e poi rilanciato dagli attori sociali. Seguendo le logiche dello spazio pubblico mediatizzato, nessuno argomenta cosa siano le nuove e le vecchie povertà, non sappiamo a quali criteri di distinzione si faccia riferimento.

Esiste, come ormai la lunga esperienza della Banca Mondiale testimonia, un fenomeno chiamato povertà che si presenta come complesso e certamente non riconducibile a categorie quali nuove o vecchie. I fattori di rischio di povertà sono legati alle condizioni di vita, alla disuguaglianza economica, all'accesso al mercato del lavoro, all'esclusione sociale, all'istruzione e la formazione, alla partecipazione sociale.

Un quadro assai articolato riassumibile nella terribile condizione di tutti coloro che non intravedono un futuro nelle loro vite. Un'invisibilità di drammi personali che pochi conoscono, la ristretta cerchia dei familiari, i centri di assistenza a cui si rivolgono, i servizi sociali che cercano di rispondere con la pochezza di mezzi a loro disposizione. Parliamo di carriere morali dell'esclusione, costruite nell'arco della vita attraverso percorsi accidentati fatti di concatenazioni di abbandoni scolastici, di perdita di lavoro, di lavoro precario, di lavoro nero. Spesso la sfera lavorativa è un triste repertorio di ingressi anticipati nel mondo del lavoro, di assenza di diritti, di vite appese a precarietà senza fine.

E' una vulnerabilità che espone in modo particolare le donne, specie tra i 18-25 anni e quando raggiungono l'età della pensione, per loro gli eventi legati al ciclo della vita costituiscono un vulnus rilevante nei loro percorsi biografici, questi spesso sono fatti di matrimoni precoci, di separazioni e di ritorno alla casa materna Le rotture dei legami affettivi - separazioni, morti - è un dato ricorrente nelle loro traiettorie di vita, rappresenta, non soltanto una  perdita affettiva, ma spesso la privazione dell'unica fonte di reddito. Per molte il ritorno alla casa materna significa la perdita dell'autonomia. Sono strategie di sopravvivenza che si affidano all'unica fonte di reddito, la pensione materna o paterna; una soluzione fortemente incerta perché centrata sulla speranza di vita dei genitori.

 La vita ha abituato queste donne a vivere con poco, l'aiuto alimentare degli enti religiosi di assistenza, l'acquisto di una bombola del gas, il pagamento di una bolletta, un piccolo aiuto per l'affitto, il sussidio di 100 o 150 euro da parte dei servizi sociali.  Esemplificazioni di vite senza futuro potremmo farne ancora tanti. Ciò che accomuna tutti gli invisibili senza futuro è l'inesistenza del welfare, una condizione umana a cui la ridicola misura della social card ha mediaticamente preteso di dare risposta. 

Come si concilia questo quadro critico con i tre obiettivi -riconoscere i diritti, condividere le responsabilità promuovere la coesione sociale- dell'istituzione dell'anno europeo della povertà?  Direi che è soprattutto l'ingombrante presenza di quei 78 milioni di cittadini europei, che tanto preoccupano Bruxelles, a sbatterci in faccia che l'assioma classico povertà=sottosviluppo non regge più. Le megacities, anche quelle considerate come le più moderne e "sviluppate" sono luoghi che attirano milioni di diseredati alla ricerca di un futuro possibile. Le categorie della crescita non funzionano più, non ci aiutano a comprendere la complessità di ciò che sinteticamente è definito come la multidimensionalità della povertà. Uno schema interpretativo che richiama all'articolata composizione dei processi di esclusione sociale dove la dimensione economica rappresenta solo una parte del problema.

La consolidata presenza dell'emigrazione anche in Europa ci pone di fronte problemi nuovi e rafforza la consapevolezza di quanto il rischio, la vulnerabilità, i fattori culturali, etnici, religiosi e di genere interagiscano ed influenzino la povertà.  Ma soprattutto mettono in evidenza quanto la misurazione della povertà basato su una rilevazione del consumo e del reddito familiare sia ormai uno strumento non solo statisticamente povero ma anche obsoleto sul piano della rappresentatività sociale e fa crescere l'esigenza di integrare i metodi quantitativi con quelli qualitativi e definire  nuovi indicatori capaci di rappresentare fattori come il rischio, la vulnerabilità, l'esclusione sociale. La lunga esperienza della Banca Mondiale e delle organizzazioni internazionali nella lotta contro la povertà nel mondo ci offrono un quadro ricco e interessante. Esse propongono di allargare l'attenzione su tre aree: 1. le differenze di reddito necessario per raggiungere le condizioni di vita di base (cibo, sicurezza, abitazione, livelli accettabili di salute e scolarizzazione); 2. il senso di impotenza verso le istituzioni e la società, l'assenza di una speranza di cambiamento; 3. la vulnerabilità nei confronti delle avversità (salute, perdita del lavoro, disastri naturali etc.).

Leggere la povertà dentro questo quadro comporta ripensare alle condizioni dentro cui essa si produce. I ricercatori della Banca Mondiale suggeriscono di focalizzare l'attenzione su 5 ambiti: la capacità umana  intesa quale capacità di acquisire un lavoro, competenze di base e buona salute; gli assetti  ambientali  nei quali si vive, gli assetti fisici quali l'accesso alle infrastrutture,  gli assetti finanziari, la capacità di risparmio e l'accesso al credito, gli assetti sociali, i network di relazioni e di obblighi reciproci. Portare l'attenzione su queste aree significa anche introdurre strumenti e metodologie qualitative grazie alle quali è più facile introdurre processi di empowerment degli attori sociali finalizzate al rafforzamento dei processi di cambiamento. E' ampiamente dimostrato come l'aiuto economico -necessario nell'immediato- rappresenti una misura inefficace per l'uscita dalla condizione di povertà.

Naturalmente questi processi sono condizionati dal mercato, dalle istituzioni politiche e dalle forze sociali. Il superamento della deprivazione non può essere circoscritto alla sfera economica ma deve allargare il suo orizzonte alla dimensione umana e sociale nella sua interezza. Il pensiero dell'economista Amartrya Sen ha fortemente influenzato le agende mondiali di lotta alla povertà, il suo contributo più rilevante consiste nell'aver spostato il focus di lettura dell'ineguaglianza dai temi economici, distribuzione della ricchezza, benessere economico, a quelli della capability, intesa come espressione delle potenzialità dell'individuo (fisiche-abilità-valorizzazioni delle proprie capacità).

E' su questa ricchezza che i decisori pubblici debbono investire, migliorare le condizioni di salute non significa unicamente intervenire sul benessere fisico ma anche sulle potenzialità di guadagnare un reddito, intervenire sulla formazione o sulla riduzione della vulnerabilità, non significa circoscrivere l'intervento ad una singola azione ma questa sviluppa un insieme di potenzialità che mirano a contenere l'esclusione. Ecco che se si guarda all'esclusione sociale da questo punto di vista, riconoscere i diritti, condividere le responsabilità e promuovere la coesione sociale appaiono come tre obiettivi raggiungibili e non più una carta di buoni propositi.

18 December 2009
 
I commenti dell'articolo [18]
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1-10 di 18

18. GMCorda
24/12/2009 13:46
Non so se parlare di povertà (categoria ampia e complessa) possa essere definito di destra o di sinistra, sempre che questo possa avere un senso (io non credo). Il problema, escludendo da tutto questo il non certo irrilevante contesto (crisi economica e mass media) è come se ne parla, cosa si fa e come chi è povero davvero recepisce ciò che per lui si è fatto. Premetto che lo sforzo fatto dalla Giunta Regionale precedente, cioè Soru, è stato senz'altro rilevante, come in tutto del resto, fatto sta che i poveri, a volte in forma eclatante e dolorosa (Sulcis, S.Elia, Ottana etc.), hanno votato a destra, questo è un fatto, ed allora i problemi sono due : ciò che è stato fatto non andava bene, ciò che è stato fatto non è stato ben compreso (fermo restando che il povero non è mica stupido, anzi).
E questo credo sia il primo aspetto della vicenda. Poi potremmo parlare dell'atteggiamento che, comunque, si ha verso i problemi, concreti, conseguenti alla povertà. Per farmi capire ricorro ad un esempio : nei giorni scorsi, con la finanziaria, si è approvato il cosiddetto rilancio del terzo polo universitario (ora, pare, sarà Università di Nuoro ed Oristano, magari facciamo la sede al Nuraghe Losa ...). Comunque, larga maggioranza sull'approvazione della proposta, conseguente dichiarazione dell'On. Cappelli Roberto : "servirà agli studenti meno abbienti per frequentare vicino casa con minori costi sulle loro famiglie". Questa sciagurata dichiarazione NON è stata contestata, nel merito, da nessuno del centro sinistra. Nessuno. Non uno che abbia detto che i figli dei poveri debbono essere messi in condizione, se meritevoli, di frequentare le università migliori, no, è parso normale che debbano frequentare università (presunte tali) piccole, povere, marginali, perchè tale sarà, parliamoci chiaro, il terzo polo (già fanno fatica a stare in piedi i due maggiori); frequentino pure Nuoro/Oristano, magari archeologia subacquea (... ... ), per poi portare a casa un pezzo di carta che non migliorerà in nulla la loro condizione. Per calcolo di bottega od altro (alcuni proprio non ci arrivano, magari), nessuno dei nostri onorevoli regionali ha espresso nulla su una decisione che, più che miope è sciagurata (come ho detto), si pensi che due dei tre milioni di euro che serviranno per avviare nel 2011 questo fantomatico terzo polo vengono ricavati riducendo da sei a quattro milioni la dotazione finanziaria per il sostegno nel fitto agli studenti meno abbienti !!! Questo è il modo in cui ci si approccia ai problemi dei poveri, ora in Sardegna, e di questo si potrebbe anche parlare, io credo.
17. Marco Espa
24/12/2009 11:21
Le riflessioni di Aide (che condivido fortemente per la "filosofia pratica" che sottointende, in particolare i tre capisaldi citati all'inizio dell'articolo, che sono e rimangono la via maestra per tutte le politiche di inclusione che vogliono partire da non discriminazione e pari opportunità, rispetto dei diritti umani) mi fanno venire in mente tanti discorsi che hanno attraversato la politica del centrosinistra in questi ultimi anni. Sarò un po' prolisso ma qui c'è spazio...e mi discosto un pò dal suo ambito.
Parto dalla mia esperienza personale, non ne posso fare a meno, il privato è pubblico... come nel '68! Ho deciso di impegnarmi in politica attiva, nei partiti per dire meglio, quando nel 1999 ad un convegno su questioni intorno alla disabilità ho sentito un consigliere regionale dire ad un gruppo di persone con disabilità " Questo te lo fatto avere io, la carrozzella te lo data io, il terapista te lo fatto avere io, a te ti mando in istituto io ecc. ecc." Un'umiliazione che era chiaramente l'humus di un sistemo consolidato di potere. La rabbia e lo scandalo per me era così irrefrenabile che ho dovuto sfogarlo ... nell'impegno istituzionale!

Dico questo perchè venivo da una lunga esperienza associativa, un movimento democratico regionale e nazionale, di persone con gravi disabilità e loro familiari che della propria pelle volevano decidere il loro futuro, sentivano forte l'esigenza un processo di autodeterminazione contro ogni forma di pietismo, assistenzialismo, commiserazione. Volevamo partire dal riconoscimento dei diritti, dal voler uscire da una situazione di esclusione sociale per abbattere gli stereotipi e combattere le forme di stigmatizzazione. Ci piaceva condividere, le responsabilità, non essere oggetti di attenzione da parte di alcuno, coprogettare i nostri percorsi. Avere pari opportunità, poter avere individualmente e collettivamente la possibilità di essere una risorsa, trasformare le politiche che ci riguardavano da assistenzialistiche a caratterizzate per il rispetto dei diritti umani di ciascuno e di tutti. Abbiamo promosso e messo in campo, facendo arrabbiare chi ci voleva rinchiusi negli istituti, alimentando il solito florido business sulle persone rinchiuse, tutta la questione dei progetti personalizzati coprogettati con gli enti locali, dove per la prima volta un intervento sociale di sostegno deve essere cofirmato dall'Istituzione e dall'utente, pena la sua nullità.

Ecco, di tutte queste cose che cito non per vanagloria ma ? per permettermi di dire che ancora qualcuno delle grandi menti del centrosinistra isolano mi si rivolge come " sei il ******** della sinistra, bravo, ti "occupi" dei disabili, senti conosco uno che ha un figlio con problemi, non è che me lo fai ricoverare da qualche parte che è meglio per tutti? " In questi ultimi anni, su queste cose, molte cose sono cambiate in meglio. In particolare in Sardegna rispetto all'Italia. Ma ancora, quando si parla di sociale, ognuno è autorizzato a dire quello che vuole, siamo fintamente tutti esperti perche in realtà non ci interessa, abbiamo subbapaltato, di queste cose se ne occupa lui, non vogliamo entrarci tranne quando si tratta di riscuotere il conto elettorale, non distinguiamo il diritto di una persona pur in difficoltà di vivere il suo territorio, la sua comunità con la possibilità di chiuderlo in una struttura. E lasciamo spazio all'assistenzialsmo di maniera.

In consiglio regionale, durante l'ultima finanziaria, si contavano sulle dita gli interventi riguardanti le politiche del lavoro piuttosto che quelli sul risanamento dei conti, tutti molto precisi e scientificamente inoppugnabili, ma quando iniziavamo a parlare sul merito delle politiche sociali, tutti divengono esperti, ognuno dice quello che vuole, strumenti di analisi non ne utilizza nessuno, si confondono politiche per il sostegno alle persone e alle famiglie con le misure assistenzialistiche per i senza reddito, pietà, carità, ma insomma (la maggioranza ci dice) non abbiamo i soldi per poter coprire i problemi di tutti i casi pietosi che vengono manifestati... il sociale uguale casi pietosi o buon cuore.

Per questo, pensando a casa mia, alle proposte che devono venire dal centrosinistra, la nostra visione non può che essere "sociale", civile. Anche quando parliamo di situazioni estreme, di povertà come di esclusione sociale, dobbiamo sempre partire dai bisogni coniugati con i diritti dei cittadini, non dagli interessi economici o politici di qualcuno, non con il senso di fastidio che Aide ha ricordato vedendo gesti di stizza contro persone in stato di povertà.

Sociale non è una parolaccia. Ancora oggi esistono in Sardegna nel centrosinistra i salotti buoni dove poche persone credono di determinare ciò che è "cool" per le strategie future di sviluppo per la Sardegna? Qualcuno crede che parlare di sociale significa occuparsi di servizi sociali. E' il grande errore in cui cadiamo spesso come centrosinistra. Una mia amica ex deputato della sinistra storica al parlamento mi ha ricordato ancora: mi dicevano che devo lasciar perdere il sociale, non importa a nessuno, non andrai da nessuna parte. Permane ancora questa mentalità? Abbiamo un'arma di riscatto potentissima e non la sfruttiamo.Credo che sociale e sviluppo vanno coniugati assieme. La Sardegna è allo sbando per quanto riguarda la coesione sociale e ha paura del futuro. Le persone sono più sole, le relazioni diminuiscono, l'emergenza apre strade all'arrangiarsi e alla disperazione di chi poi segue il politico del "ci penzu deu".

Credo che la visione sociale dello sviluppo e dell'economia parte innanzitutto dal rafforzamento e dall'aumento della qualità delle relazioni tra i cittadini e con la loro amministrazione. Solo un esempio: gli anziani si sentono sicuri non se vedono aumentare il numero dei vigilantes sul territorio ma se sanno di poter contare su diritti di cittadinanza che assicurano la presenza capillare di negozi e servizi sul territorio o su un comune che piuttosto che proporre in caso di non autosufficienza lo sradicamento in un istituto garantisce il suo intervento nella propria casa. Senza strumenti reali di partecipazione sociale dei cittadini non si potrà mai più fare un Piano Urbanistico ambientale, un Bilancio comunale, un Piano sociale, un parcheggio, il ripascimento del Poetto (che infatti è stato un disastro).

Questa è la visione di una "Sardegna Sociale", la cui priorità è la costruzione di una società più coesa, più forte ed equilibrata in tutti i campi. Una coesione che genera il capitale sociale requisito indispensabile per far crescere la comunità e creare le condizioni anche per la competitività e lo sviluppo del sistema economico regionale e urbano. E poi, per dare cittadinanza a tutti, chiamiamola la prima opera sociale...cambiare la macchina amministrativa, rivoluzionarla. Basta con la politica de "is amigus", da tutte le parti. Penso al comune di Cagliari, dove la cultura amministrativa è totalmente permeata dal ruolo politico dei dirigenti, un non senso sia politico che amministrativo. Altro che separazione delle funzioni. (tra parentesi Cagliari è un tema che deve essere prioritario nell'agenda politica dell'intero centrosinistra sardo, se non affrontiamo pubblicamente i perchè del nostro mancato radicamento in città non cambieremo stabilmente le sorti della Sardegna).

Ci dobbiamo rendere conto che la rivoluzione deve coinvolgere e formare una vera e nuova classe dirigente pubblica, moderna, che, oltre che della legalità, della relazione e della resa del conto faccia il senso stesso della sua professionalità. La rivoluzione procede orizzontalmente.
16. Alessandro Mongili
24/12/2009 11:10
Scusate è probabile che io sia poco avvertito, ma nell'articolo di Aide non vedo un attacco di nessun genere alle politiche del periodo della Giunta Soru ma una critica del discorso dominante sulle povertà, che, in Sardegna, è fatto dalla destra, da un po' di associazionismo cattolico, da altri e che si è depositato anche in documenti come la carta di Zuri.
15. Gianni Brau
24/12/2009 10:20
Hanno ragione sia Donatello sia Alessandro; a prescindere forse dalla volontà dell'autrice si colgono nell'articolo tracce di ideologismo e di luoghi comuni. C'è necessità che qualcuno inizi a far chiarezza su un tema in cui è molto facile scivolare nella "tempesta dei sentimenti", che è quanto di più cinico ci possa essere. Io vorrei che anche da noi ci fosse un pò di welfare nordeuropeo condito di umanesimo della nostra tradizione comunitaria o di vicinato. C'era nell'azione di Soru. Negarlo è avere pregiudizi personalistici. Le risorse destinate al sostegno all'individuo in difficoltà, all'inclusione ed alla famiglia sono state impressionanti. Se c'era un limite era l'eccesso di centraliasmo anche su competenze di diritto degli enti locali, giustificato solo dalla necessità di razionalizzare lo spreco che prima era altrettanto impressionante e non risolutivo. Non si può immaginare che tutto il sistema di sostegno e la discussione stiano nelle mani delle cd "tavole" o "carte" di Zuri e di chissà che cosa la cui demagogia abbiamo visto durante il governo di centro sinistra e durante la campagna elettorale, quando si è sfiorato anche il ridicolo. Molto rispetto per i sacerdoti "impegnati" ma in Sardegna troppi sono molto impegnati e schierati elettoralmente e questo intossica anche le loro migliori intenzioni. Sono persino troppo presenti nei media con un protagonismo che non ha niente a che fare con l'umiltà e la carità criastiane. Parliamone laicamente con dati alla mano evitando la tentazione della bottega (politica e professionale) che è sempre dietro l'angolo ed in questo settore ha un ruolo dirimente.
14. Nicolina Faedda
23/12/2009 21:59
La sinistra ha elaborato pochi strumenti per affrontare il tema della povertà. L'ha appaltato all'associazionismo variamente combinato e consociato. La sinistra ha dell'welfare un'idea antiquata che, paradossalmente, è molto simile all'assistenzialismo dell'associazionismo che governa sovrano il dibattito. Siamo certi che tutti sappiasno che cosa il governo di centro sinistra ha operato nelle politiche di sostegno alla famiglia? Siamo sicuri che si sappia di un welfare orientato verso una crescita vera e verso la "cassetta degli attrezzi" e delle regole per usarli? Sarà il caso che in questo sito si approfondisca di più quanto si è fatto nella galassia delle politiche sociali. Non sarebbe male anche se si parlasse più nel dettaglio di cosa si può migliorare piuttosto che rimanere nelle generali.
13. Donatello Fois
23/12/2009 21:48
Sono d'accordo che c'è qualche rimozione sul tema, speciaslmente da parte della sinistra. Tutto ciò che non era strutturalmente marxiano era tagliato fuori. C'è stata di conseguenza una delega con esiti drammatici. E chi se ne occupa ha un comportamento "peloso". Oggi anche a sinistra, la tentazione è sempre quella di scivolare sul patetitico o sul sociologico. La povertà esiste, è tangibile, la possiamo quantificare, valutare. Vi possiamo ovviare. L'articolo è zeppo di buoni pensieri, di buone intenzioni, di buoni sentimenti. E' ammicante verso i "decisori", quasi convicente. Ma manca un vero riferimento alla realtà come capita a certi sociologi. Non c'è una geografia di riferimento. Sicchè la vera soluzione è entrare nel merito delle cose. Ma davvero dal 2003 non è successo nulla? Siamo ancora a mauropili? E le politiche sulla povertà di questi anni dell'assessorato regionale? Gli assessorati provinciali e comunali grazie alle risorse regionali hanno operato come mai prima e sopratutto con un punto di vista che cerca di superare la delega alle " dame di carità". Ancora nel sito regionale c'è vasta documentazione di tutto questo. Lo dico perchè se si rimane nel generico, si scivola nel conformismo ovvero che tutto è uguale. E così non è. L'attuale giunta è dentro la retorica pauperistica, partecipa ad iniziative di rappresentazione ma taglia i fondi destinati alle politiche sulla povertà. La carta di Zuri è un autentico alibi per molti "decisori" visibili e per molti "decisori" che non appaiono e che utilizzano la povertà come clava elettorale. Cagliari è un bell'esempio da questo punto di vista: finanziamenti a pioggia, miriadi di studi, ricerche, associazioni, intermediatori piuttosto che una politica equa e realmente inclusiva. Di questo quando parliamo?
12. Alessandro Mongili
23/12/2009 21:30
Cara Aide non credo che serva contrapporre alla lotta per la dignità dei sardi la lotta contro la marginalità sociale. Per tanti decenni siamo rimasti imbrigliati a queste contrapposizioni di scuola, mentre credo che il meccanismo di esclusione sia poco simpatico in entrambi i casi, e che chiunque sia colpito da emarginazione materiale o simbolica, di genere o etnico, di classe o di orientamento sessuale, abbia interesse ma anche il preciso dovere di unirsi a tutti gli altri per cercare di creare una società più inclusiva per tutti, e anche funzionante e ben governata. La sinistra per anni ha deciso che l'ingiustizia più radicale, su cui tutto il castello delle ingiustizie era costruito, fosse quella di classe. Così facendo, ha perso una quantità di treni impressionanti e si è ridotta a setta, o a commissione d'affari. Cercherei, nei limiti del possibile, di evitare la ripetizione degli errori già fatti.
11. egidio
23/12/2009 21:26
Il tema sollevato da Aide Esu ha un profilo che attraversa la ns esistenza in questa società. Raccontava Lia Careddu tempo fa di Maria Carta, nostra cantante sarda,che la risposta della madre alla "domanda insistente della figlia sulla povertà"c'era "il silenzio della madre ".In essa vedeva la disperazione della donna sarda che aveva perso per questo tutti gli affetti, e la stessa possibilità di spiegazione."La risposta era negli abiti neri, a lutto".

Oggi anche io non credo che sia nell'orizzonte politico un "nuovo umanesimo",ma i dibattiti e la sensibilità di SD manifesta il richiamo a valori condivisi su obiettivi e fatti oggi presenti nella realtà sarda. Molti fatti preparano alla povertà, perciò concordo che la "politica attiva è non smettere di porsi domande". Da qui penso che non ci sia contraddizione fra chi è animato dal desiderio di cambiare le cose e l'argomento toccato con forza dall'articolo. Anzi ciò rafforza la spinta alla battaglia politica e sottrae al "silenzio" questo tema drammatico. E' grande l'obiettivo,"ridare dignità di essere umano a chi in questo momento ne e' privo".Questo muove la ns coscienza individuale e ci spinge anche ad una riflessione per riscattare tanti "troppo umiliati dalla vita".

Penso che SD rimane centrale oggi nella vicenda sarda e stimola l'apporto di chi vuole rimuovere tanti limiti che oggi si frappongono all'inclusione, compreso lo schieramento politico di destra.Il primo obiettivo è il riconoscimento dei diritti contro i quali la destra italiana manifesta la più grave arretratezza in Europa. Le esclusioni sociali in materia di povertà possono essere sconfitte partendo da presupposti politici coerenti con i principi di solidarietà. Ho conosciuto la povertà da vicino, nel mio paese del nuorese, dove nei prima anni cinquanta funzionava l'attenzione del "vicinato" per i più poveri. Alcune famiglie avevano addiritura dimora in "pinnetta" e "foghile" d'inverno. Perciò quando si parla di povertà i miei ricordi vanno lì e si trasformano in grande forza interiore per vincerla e rendere gli esseri umani liberi da questo giuogo disumano.

Egidio
10. Antonello Caria
23/12/2009 14:51
Cara Aide voglio augurarti Buon Natale cummenti disiggias. La tua risposta contiene la base per la miglior analisi sulla politica di sinistra degli ultimi anni. Troppe parole in uno schema radical sono state spese, e troppi diritti non sono stati garantiti. Ora dobbiamo ripartire nell'interesse dei sardi. Ci sono ampi spazi per farlo insieme. Ancora auguri.
9. cilios
23/12/2009 11:28
Ci voleva questa bella strigliata! Concordo con Aide Esu.

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