di Alessandro Mongili | tutti gli articoli dell'autore
Troppe volte si è detto che Berlusconi è la causa di tutto ciò che sta accadendo, per i suoi tratti personali, per le sue doti di venditore, per la sua energia o per i suoi soldi. Se ne può dubitare. O meglio, tutto vero ma non basta a spiegare l'incantamento di una nazione egemonizzata grazie a un amalgama resistente di gruppi e interessi diversi. Ma questa maionese che è riuscito a montare dal 1994 in poi, sembra essere impazzita.
Tutto sembra iniziare a Casoria, il 29 aprile 2009. Periferia degradata di Napoli. Ristorante cafone per i diciotto anni di certa Noemi Letizia. Come a Bonn, come in tante piazze e in tanti set televisivi, il dottor Berlusconi esagera. Con poche precauzioni va al compleanno di una ragazza che lo chiama Papi. Da allora, non un solo giorno è passato, in pratica, senza che uno scandalo non lo riportasse dallo stato di Gran Mago, di Cogu Mannu, a quello di Apprendista stregone che perde tutto il suo tempo a mettere a posto scope, alambicchi, fantasmi, mantelli bucati, e insomma tutti i famosi coperchi che il diavolo non fa.
Nonostante un'inversione di tendenza a ridosso dell'atto di un folle di Milano (13 dicembre 2009), il consenso verso il dottor Berlusconi non fa che diminuire. Inoltre, sembra che neanche i suoi ci credano più tanto, e questo è un segnale per ogni decadenza. I vecchi del PCI chiamavano l'insieme dei vari elementi sociali allineati intorno ad una leadership "blocco sociale", ma è difficile applicare questo concetto agli elementi che il dottor Berlusconi ha allineato. Un blocco sociale si sfalda: questi, invece, danno l'impressione di impazzire, come la maionese, appunto.
Per fare una maionese, se non vado errato, ci vogliono un tuorlo d'uovo, 1,5 dl d'olio, sale, succo di limone e aceto. Il trucco è "mescolare senza sbattere". Gli elementi si amalgano l'uno con l'altro. Si legano. Si traducono in una cosa nuova, gradevole come tutti sappiamo. Se invece sbagliamo qualcosa, la "sauce mayonnaise" bisogna rifarla da capo, con un altro uovo. Il dottor Berlusconi, pensandosi ormai un Mago maturo e completo, prese molti soldi, le vecchie nomenklature fra cui quella scadente dei post-fascisti, quella xenofoba della Lega e quella rancorosissima dei craxiani, parte del clero, la televisione, il neocafonismo estetico a lungo coltivato nelle sue tv, il maschilismo da bar e alcune sottoculture della sinistra filo-Kitsch, idee di Craxi, grande flessibilità e faccia tosta e, senza sbattere, cominciò a mescolare. La maionese è riuscita e ha condito una nazione, a lungo.
Vecchie idee come il "blocco sociale" presupponevano che, dati alcuni interessi, fosse solo necessario fornire loro una rappresentanza politica. Non così agì su Cogu Berlusconi, che cominciò a lavorare alla maionese ben prima della cosiddetta discesa in campo. Egli non giustappose gli interessi, ma li tradusse l'uno nell'altro. Li modificò pure. Fece accettare ai prelati le puttane, ai faccendieri i Misteri dolorosi e le Madonne, ai craxiani il saluto romano, ed ai coatti fascisti il gessato scuro e le scarpe alla moda. La magia berlusconiana è stata a lungo questa: non tanto rappresentare interessi, ma tradurli, amalgamarli nella stessa maionese per poi rivenderla con la marca del biscione in ogni negozio d'Italia.
Berlusconi li ha messi assieme, ma li ha soprattutto convinti di essere lui il punto di passaggio obbligato per poter fare la maionese e per riuscire a venderla ovunque. In sostanza, che quel coacervo di interessi, come lo chiama Massimo Dadea, poteva vincere solo grazie a lui. Meno male che Silvio c'è. Dichiarava Gelmini il 17 febbraio 2009, subito dopo l'esecrando evento che aprì la fase del neopodatarismo sardo: "Berlusconi, sfidando tutti, anche quelli che gli consigliavano di lasciar stare, ha dimostrato di avere un grande consenso personale e la capacità di capire fino in fondo l'elettorato. Con coraggio e grande intelligenza ha affrontato anche questa battaglia difficile ...".
Pochi mesi dopo, cominciarono invece a saltare i coperchi, uno dietro l'altro. La Bella di Sanluri ha colpito ancora, esattamente seicento anni dopo la morte di Martino V d'Aragona successiva alla "batalla" ferale per la libertà di noi Sardi? Una lista impressionante. E Noemi, e le escort (diciamo così), e la cocaina, e la moglie, e i figli, e il duomo di Milano Kitsch in faccia, e l'isolamento internazionale, e Gheddafi con tintura di capelli in concorrenza, e i vescovi, e la Corte costituzionale, e la Regina d'Inghilterra e Michelle Obama che lo disprezzano in diretta tv, e la crisi economica. Persino i soldi da ridare a De Benedetti! Improvvisamente, i libri di magia cominciano ad essere meno utili delle competenze necessarie ad affrontare i problemi.
Ma le competenze non si ritrovano nel giro orrido di servi che lo circonda, più a suo agio nel gioco delle tre carte. L'unico che ci sa fare, il Ministro delle Urgenze e delle Emergenze, il Terzino della Nazionale ad honorem Bertolaso, per una "mazina" spero nuragica si trasforma in Zucca con tutta la sua Protezione Civile passe-partout. Come in un castello di carte, altri pezzi crollano. Scoppia uno scandalo che ancora sembra impossibile da raccontare, fra sghignazzate sui terremoti, G8 scippati, centri benessere e nerboruti coristi vaticani affittati a onesti padri di famiglia, devotissimi Gentiluomini di Sua Santità, e missionari che anticipano la tangente del palazzinaro. E scuole per i marescialli dei carabinieri.
Da ultimo, il ridicolo affaire delle liste elettorali non presentate o presentate male, con il pastrocchio del Decreto interpretativo, fa ripiombare il Mago d'Italia allo stato di un Apprendista stregone nato nel quartiere operaio di Isola Garibaldi e che, come e peggio di Napoleone, si vuole creare un Impero in un'epoca in cui gli imperi non esistono più. La sensazione che il dottor Berlusconi non sia quello che descriveva la ministra Gelmini comincia ad angosciare i gerarchi e gli adepti del suo regime da operetta, che si sfogano in piazza, ululando insensatezze e gridando al complotto. Di chi non si è capito ma in questo regime la logica ha sempre fatto difetto. Lui sembra furioso, impazzito. Non sembra più lui. Schiacciato dalla hybris per la sua troppa arroganza. Perso ma ancora attaccato all'unico modo che conosce per andare avanti: sedurre, convincere, distribuire prebende e riconoscimenti ai suoi, garantire coperture, spargere odio e disprezzo sull'opposizione, compiere atti arroganti ma convenienti, aggirare le regole. Imbrogliare.
Di fronte allo sbando e al crollo della fede negli attributi magici del capo fra i suoi stessi adepti, l'opposizione comincia ad avere il fiato corto. Su un versante, protesta. Sull'altro, priva di leadership, anzi abituata a bruciare i suoi leader e a fidarsi solo di eminenze grigie dai molti errori, non riesce a far altro che dilaniarsi sul ruolo del Presidente. Intanto, noi non abbiamo indicazioni precise sul da farsi e, a dirla tutta, neanche un numero di telefono da cui attenderle. L'abitudine al tatticismo disincantato rende ancora più pesante questo momento in cui c'è da avere paura per il futuro stesso della democrazia.
L'opposizione cominci ad occuparsi del nostro futuro. Si serrino le fila, si affidino incarichi a chi è in grado di organizzare un'opposizione intransigente all'Apprendista stregone, ci si unisca e ci si coordini in pianta stabile, ad ogni livello. Non è il momento di discutere di preamboli a regolamenti, è l'ora di agire. I colpi di coda di questo regime allo sbando possono essere dolorosi. I partiti si uniscano in questa lotta.
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