di Alessandro Mongili | tutti gli articoli dell'autore
La risposta del Podatario di Sardegna (pubblicata sulla nostra "Rassegna stampa") alla breve nota di Marcello Fois apparsa sulla "Nuova Sardegna" il 23 febbraio scorso è interessante perché mette in evidenza come il problema non sia tanto, come diceva lo scrittore, che l'affermazione "i limiti della Sardegna sono costituiti dai Sardi" sia stata fatta dal nostro presidente (fatto in sé gravissimo) quanto, piuttosto, che in qualche misura sia vera e/o che funzioni.
Infatti, come avevo detto in una nota precedente sempre su questo sito ("Pillole di razzismo antisardo del Podatario" del 19 febbraio scorso), il problema è che Cappellacci gioca con l'autostereotipizzazione dei sardi, con il fatto che i sardi abbiano assorbito e fatti propri gli stereotipi che gli altri hanno sviluppato su di noi. Questo è un problema comune a tanti gruppi sociali, ma diffuso soprattutto fra chi è oggetto di etichettamento di tipo negativo (cioè, come si dice, di uno stigma). E così, i disabili, le donne, i membri delle minoranze etniche e linguistiche, religiose e razziali, gli omosessuali, i malati, e chiunque sia colpito da stereotipi tende, purtroppo per la propria autostima, a trasferire nella propria identità questo tipo di giudizio negativo sul proprio gruppo. E i Sardi non ne sono esenti.
L'affermazione fatta dal nostro Podatario non è farina del suo sacco. E' senso comune. Come tale è condivisa da più gente di quanto non si creda. Si sono sentite difese di questa affermazione ovunque: su Radiopress si è ripetuto che "è quello che pensiamo tutti", per la strada, fra amici anche insospettabili di simpatia per la rozza destra che ci governa, su facebook. Ovunque, le irresponsabili frasi intercettate a Cappellacci ci hanno messo di fronte alla nostra identità di autostereotipizzati, di colonizzati. Antico, e mai decostruito, è infatti il pregiudizio che noi stessi intratteniamo nei nostri confronti, dal solito mantra "pocos, locos, y mal unidos" di Carlo V (uno che ci ha dominato e che aveva interesse a coltivare il disprezzo dei Sardi), fino a più recenti e raffinate interpretazioni della nostra identità, intesa come una sorta di struttura che induce ogni nostro comportamento (una visione che personalmente mi disgusta, in quanto, come si vede oggi, contiene sempre tratti essenzialisti e razzisti). Uno dei meriti di Soru è stato invece quello di tentare di smontare questo circolo vizioso fra autostereotipizzazione, fatalismo, abbandono del bene comune e consegna dei Quattro Mori ad Arcore (atto che simboleggia tutto il processo). Per questo l'hanno ostacolato, anche a sinistra, e anche per questo rimane sempre importante, anche su questo profilo, difendere quello che si è fatto e che si farà sul tracciato della sua opera di governo.
Il senso comune, ha scritto Clifford Geertz in "Local Knowledge", mira a rendere comprensibile il mondo, ma non si sottopone a nessuna verifica, per cui può tranquillamente sostenere tutto e il contrario di tutto col sorriso sulle labbra, perché "nessuna religione è più dogmatica, nessuna scienza più ambiziosa, nessuna filosofia più generale". Insomma, il senso comune è spesso incoerente e contraddittorio, è estremamente variabile, e si fonda solamente sulla convinzione, non certo su verifiche empiriche. Questo per dire che non ha fondamento empirico, non ha fondamento scientifico.
La famosa "invidia dei Sardi" è uno dei pilastri negativi della nostra immagine, anche se un pochino fritta e rifritta, e fa il paio con altre amenità tipo il nostro "orgoglio", il fatto che saremmo poco "loquaci", tutte facilmente smontabili. Tuttavia, per quanto ci sembri strano, non è (nel caso effettivamente esista nei termini descritti dal senso comune), un'esclusiva dei Sardi. E' così generalmente distribuita nel mondo da ricorrere in milioni di libri, e in quasi tutti i romanzi. E', diciamo, un problema che attiene la condizione umana.
I sardi, che però hanno curiosamente come proprio motto "Fortza paris!" sono disuniti, dice Cappellacci, non come i Siciliani (magistrale esempio da Bar Sport), i quali sì che, come tutti sappiamo, si uniscono. Anche in cosche. E poi stanno benissimo, almeno alcuni di loro. Per la loro maggioranza, dicono le statistiche dell'Istat, vale esattamente il contrario. Infatti i dati attribuiscono maggiore povertà, maggiore ignoranza, minore emancipazione femminile, maggiore disoccupazione ai Siciliani rispetto ai Sardi. Ma forse Cappellacci non è interessato a questi dati, quanto al modello siculo di destra, o alle sparate da aperitivo in Piazza Costituzione. Leggendo "Sardi e Siciliani" dello psicologo sociale Massimo Martini (ed. Carocci), che vivamente consiglio al nostro Presidente, viene fuori che la vera differenza fra noi e loro non sta nella realtà (dove stiamo meglio noi) ma nel nostro maggiore complesso di inferiorità che lui ingenerosamente e, vista la sua posizione, del tutto irresponsabilmente, rinfocola.
Esiste poi un'ibridazione fra il senso comune e la macchina comunicativa berlusconiana. Si potrebbe partire dai perfidi "dottor Soru" e dal "dottor Fois" dei comunicati stampa podatariali, sino al duetto Bocchino-Scajola a Ballarò da corso di comunicazione televisiva o, chissà, da corso base di programmazione neurolinguistica, per tornare allo schema "voi siete invidiosi/noi siamo il partito dell'amore ma vi riempiamo comunque di insulti" della risposta a Fois a firma Cappellacci. Il "dottor Soru" è un presidente della Regione Sarda eletto dal popolo, verso il quale Cappellacci ostenta derisione, offendendo in un colpo solo gli elettori di Soru e l'istituzione autonomistica. Il "dottor Fois" è uno dei maggiori scrittori sardi viventi, definito con spregio "sardo-bolognese", verso il quale Cappellacci tradisce invidia vera, invidia per il merito e per il talento che non si può acquistare né ereditare, una cosa berlusconiana tipica tipica, più che barbaricina.
Emerge un modello coerente di comunicazione politica e di attacco a Soru e al movimento democratico e anti-regime in Sardegna. Esso appare fondato sul tentativo di applicare lo stigma dei sardi, descritto come un inciampo al nostro sviluppo, a chi si oppone a questo sgoverno della Sardegna, tutto giocato sulla mediocrità, sull'incompetenza e su variazioni infinite del gioco delle tre carte e delle tre Alcoe. Invidiosi-taciturni-materialisti dialettici (sic!)-tristi i Soriani bolscevichi versus Sorridenti-lecchini-splendidi-contenti (se ci scippano e/o rubano tutto) i nostri Oreris pronti per l'aperitivo. Noi stigmatizzati e schiacciati su un'immagine rozza e da entroterra rurale, loro illuminati dalle luci del Billionaire.
Viene perfino il sospetto che si tratti di una tecnica voluta di distruzione dell'autostima dei sardi, che li porti sempre di più a cadere fra le braccia di chi ci domina e vuole sfruttare e scippare le nostre risorse, e dei loro mandatari e podatari locali. Il tentativo cafone di applicare a Soru l'etichetta di sardo come-non-si-deve-essere, di sardo non-sorridente, compiuta in modo sicuramente programmato nel corso della campagna elettorale, alimenta il sospetto quando si legge l'arduo parallelismo fra (cito) " l'invidia peculiare di noi Sardi [che] si accomuna ai processi mentali caratteristici della sinistra, a quella riduzione in classi contrapposte imprescindibile per chi ragiona in termini di materialismo dialettico".
Sembra che il "dottor Soru" li terrorizzi e che tutti questi discorsi siano solo strumentali, usati per difendere l'occupazione della Regione da parte di un gruppo di potere esterno (come è venuto fuori dalle intercettazioni), su cui Cappellacci mette la sua faccia, in traballante alleanza con il "coacervo di interessi, di privilegi, di rendite di posizione" di cui ha parlato recentemente Massimo Dadea. Quello che rattrista, nella comunicazione politica promossa da Cappellacci o da qualcuno al suo posto, è l'insincerità, l'uso strumentale di qualsiasi falsità e cialtroneria intellettuale da senso comune, pur di darla addosso all'avversario politico. Quello che rallegra, è che abbia bisogno di scendere a questi bassissimi livelli. E' infatti un segno di grande debolezza politica, e di terribile fragilità intellettuale. E' un momento in cui Ugo non si può certo invidiare.
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