di Salvatore Cubeddu | tutti gli articoli dell'autore
Gli operai della Vilnys attendono gli operai dell'Alcoa nell'isola dell'Asinara. Avranno tempo per parlarsi, al di là della bella solidarietà e la volontà di resistere che il messaggio mediatico amplifica e consolida. Discorriamo anche noi con loro, e di loro. E di noi.
La vertenza dell'Alcoa registra una pausa. Sembra che la Regione e il governo abbiano fatto del loro meglio. La palla è ormai in mano all'U. E. e all'esito di tensioni inevitabili con le lobby francesi e tedesche dell'alluminio. Ad agosto se ne potrà sapere di più. Ma, nel caso gli europei decidessero che non è loro interesse regalare soldi per l'energia agli americani, tutto il castello crollerebbe. Con operai e sindacati costretti a ricominciare. In agosto. Le multinazionali hanno logiche tutte proprie, assolutamente autoreferenziali. E' così in USA, in Europa e in Italia, vedi la Fiat a Termini Imerese.
La vicenda Alcoa è stata la prima significativa vertenza operaia dell'Italia della crisi. Quella che più è apparsa all'attenzione dell'opinione pubblica italiana: il bivacco con i fuochi nel freddo di piazza Colonna di fronte a Palazzo Chigi, l'appoggio di Papa Benedetto XVI, l'unanime attenzione del corpo politico e dei media, infine il grido dello stadio di S. Elia ("siamo tutti operai!"). Neanche i minatori, in tutta la loro storia, avevano ottenuto simile solidarietà!
Ma tutto questo potrebbe finire con un laconico comunicato in una calda serata del prossimo agosto. Via gli accordi, basta con le attese, si chiude. La multinazionale veleggerebbe definitivamente verso i lidi arabi, lasciando le colpe agli europei e le conseguenze ai lavoratori.
Finora, comunque, è stata una battaglia ben condotta. Nei tempi, nei modi, nelle alleanze, da parte del sindacato dei metalmeccanici sardi e dai dirigenti italiani. Una categoria che, per autonomia dal padronato e dalla politica, resta ancora capace di quella che un tempo si chiamava "egemonia" operaia. Noblesse oblige.
Non solo, però. Trattandosi di una vertenza versus una multinazionale americana era facile mettere d'accordo tutti, dato che la ‘contraddizione fondamentale' era rivolta all'esterno, Pittsburg e Bruxelles. Destra e sinistra, governo e opposizione, interessi italiani e interessi sardi, sindacati e confindustria: uniti contro la ‘perfida Alcoa' e in attesa delle decisioni comunitarie. Chi ha retto lo scontro è stata la ‘falange armata' (di decisione, di tamburi e di bandiere) di Porto Vesme. Gli altri hanno istruito la pratica. Il governo era in obbligo di lenire ben altre sue offese verso i sardi. La giunta doveva dimostrare una rappresentanza già troppo offuscata. Senza che l'opposizione potesse sottrarsi. La vertenza Alcoa ha funzionato anche da copertura di altre responsabilità. Vediamole.
Alcune sono state proposte in itinere dalla stessa opposizione in Sardegna: perché lo stesso governo non mostra altrettanta decisione nei confronti dell'Eni? E, però, la risposta c'è già. L'Eni che abbandona Porto Torres - ma non le terre risanate e quelle da riempire di depositi - ha già l'accordo di una parte preponderante del sindacato aziendale, alla faccia degli interessi locali. La Regione non ha chiarito se è d'accordo su questo tipo di permanenza, del tutto opportunistica, dell'ente di stato. E, persino, resta l'interrogativo se l'Eni, che esce dalla chimica, abbia in Italia anche il consenso dell'opposizione.
La vera e profonda debolezza della vertenza Alcoa consiste nel suo carattere difensivo. Anche se finisse con nuovi investimenti, confermerebbe comunque una delle nostre servitù industriali. Le bollette energetiche dei restanti settori produttivi e delle case dei sardi continueranno a essere le più alte d'Italia. Non ci sono veri impegni e nessun avvio di un concreto risanamento ambientale. Ancora: mentre era in corso questa vertenza, per migliaia di agricoltori è arrivato l'ufficiale giudiziario a pignorarne le case. Danni immensi, questi sì, alla nostra vera economia. Quella che, per l'assessore all'agricoltura dovrebbe essere l'alternativa all'abbandono industriale. E' un grande merito dell'Irs farsi carico di questa lotta.
A Ottana, intanto, arrivano i tailandesi, alla Legler i russi, a Porto Torres gli arabi. Dal capitale pubblico al capitale internazionale. Governo e regione si liberano di responsabilità. Addirittura, si vanteranno di avere trovato le soluzioni. La disperazione è tale che nessuno sottolinea che si tratta del percorso già conosciuto anni fa dall'Alcoa. In tanti tirano un sospiro di sollievo, come ciechi che non vogliono guardare più avanti. E, invece, è necessario già da ora prevedere l'inevitabile, cioè l'ulteriore aleatorietà del sistema produttivo collocato in Sardegna (tanto da rifiutare il considerarlo "sardo"). E' probabile fonte di altre delusioni. Attesa di nuovi ricatti. La sua esistenza sospesa a lontane decisioni. Noi sardi che affidiamo di nuovo le nostre sorti agli interessi degli altri.
Tutta la partita dell'industria è solo rimandata. Ma potrebbe ritornare a breve con la centrale nucleare. Tutto spinge in quella direzione. Credo che a Roma pensino che in Sardegna si può. Chi è che diceva che "i sardi sono fatti così?".
Est tempus de ammustare chie portat pistocos in bertula. Bisogna dare segni di vita. Dopo le formidabili iniziative di approfondimento sull'energia e le discussioni in questo sito, inizia la mobilitazione. Domenica ci si incontra al Cirras.
Dominiga 07/03/2010 a sas 10.30 in sa fratzione de Cirras, comuna de S. Giusta, atobiu de chie cheret gherrare pro impedire chi bi fraighent una tzentrale nucleare. Totu sos chi cherent defender sa Sardigna dae su perigulu nucleare sont cumbidados a fagher presentzia e a batire zente meda. Chin custa manifestada si cheret dare unu sinnu forte de soverania e acrarare chi solu sos sardos podent detzider supra su territoriu issoro e supra una chistione de importu mannu comente cussa de su nucleare. Cumbidamus sos sinnigos a convocare in Cirras sos cussitzos comunales e sos partidos indipendentistastas a bi convocare sos cussitzos natzionales. Pro ammentu de sa "Die de sa Vardiania" e pro sinnu de vardiania de su Cirras e de sa Sardigna intrea amus a prantare unu palu de ferru chin supra unu capu tribù nuragicu de brunzu e una targa umbe b'at iscritu " A Vardiania de su Cirras e de sa Sardigna totu dae su Perigulu Nucleare" Batide panneras sardas e puru, pane, casu, sarditza e binu pro istare unidos e in amistade. Unidade e amistade, cussa est sa fortza nostra.
Se lo scorso 5 febbraio quelle decine di migliaia di sardi lavoratori avessero impugnato la sola bandiera sarda, probabilmente il governo si sarebbe sul serio preoccupato. Lo abbiamo pensato in molti e, cosa nuova, ce lo siamo detti. Già dall'inizio di dicembre è in atto il passa-parola per esporre nei balconi di casa la nostra bandiera. Chi la espone dice che è pronto. Basta chiamarlo. Vuole essere mobilitato.
I tempi continuano a non essere tranquilli, nuvole nere si addensano all'orizzonte anche di chi ai sardi ha fatto mancare le risorse, ne ha offeso i diritti, gli ha tolto il rispetto.
La costanza degli operai di Porto Torres e la risolutezza dei loro compagni dell'Alcoa, confermano che solo chi ha stima di sé merita l'apprezzamento degli altri. Dopo infinite incomprensioni (tra categorie, tra delegati, tra associazioni e istituzioni locali), l'incontro fraterno dei metalmeccanici con i chimici è un messaggio che i sardi di buona volontà dovrebbero accogliere, un comportamento da imitare.
Triballu e libertade. Libertade e triballu. E, fortza paris!