di Nicolò Migheli | tutti gli articoli dell'autore
L'alambicco dei giornali quotidianamente distilla le intercettazioni sul Tuvixeddu. Perché lo facciano e a chi giovi, in questo momento non interessa. Bisogna ammetterlo, molti tra noi provano imbarazzo e turbamento su queste tessere minime che vorrebbero comporre il mosaico della Sardegna contemporanea. Ci sembra di essere ripiombati nei dibattiti di centosettanta anni fa quando i sostenitori della "proprietà perfetta" accusavano i difensori del bene comune di "comunismo", ed ogni critica alla proprietà privata, in qualsiasi modo ottenuta, era considerata lesa maestà delle sorti progressive dello sviluppo e del riscatto.
Uno scontro sulle risorse vecchio come il mondo. Certi politici e certa imprenditoria si definiscono e vengono descritti come classe dirigente. Non lo sono, in quanto nel loro agire antepongono il proprio interesse privato a qualsiasi esigenza pubblica, comunitaria. Sono disposti solo a concessioni con il loro elettorato di riferimento, solo perché tramite questi possono perpetuare il potere. Se le intercettazioni della Procura di Cagliari fossero il "vero" ritratto della politica e dell'imprenditoria saremmo messi molto male, immersi in un oscuro coacervo di interessi, in un cappa che tutto domina e sovrasta.
Per nostra fortuna non è così. La Sardegna è fatta anche di altro, di un operare che il circo mediatico non illumina, di persone, categorie che credono che agire per il bene pubblico sia una dimensione esistenziale, che le comunità possono anche essere conflittuali ma nell'accordo, nella mediazione, nel non accaparramento trovano la cifra della crescita sociale, economica e culturale. Tutte le società dipendenti si sono poste il problema della classe dirigente, di quel gruppo di persone che dovrebbero, per intelligenza, protagonismo, status e cultura impersonare i diritti e i bisogni più vasti.
Il più delle volte non sono riconosciute. Ci si fa rappresentare da quella che la retorica terzomondista ha definito come borghesia compradora. Da quei ceti che intermediano tra il potere del dominante e i bisogni del dominato, rafforzando il proprio status tramite regalie, concessioni; innescando guerre tra poveri, creando reti di clientes dove è possibile l'accesso solo se si rompe la barriera del proprio agire libero e responsabile, ci si lega al potente di turno in attesa che dal suo desco cada il pezzo di pane. Felici quando cade.
Questo è oggi il vero "problema" della Sardegna: la qualità della sua classe dirigente. Non solo in senso politico, ma in quello più vasto della responsabilità sociale, della modalità in cui si fa impresa, si esercita una professione. Da come lo si fa, più del che cosa si fa, nasce poi un corretto rapporto con il resto del mondo, con chi ti è prossimo.
Sabato, Sardegna Democratica, ha organizzato a Sedilo e Macomer, uno dei suoi tanti fine settimana dedicati a discutere di problemi che riguardano i Sardi. Questa volta si è trattato di prezzo del latte a Sedilo e di Sviluppo Locale a Macomer. Occasioni che nascono dalla volontà e impegno di molti, il primo fra tutti Renato Soru, di sottrarre il proprio tempo alla famiglia e dedicarlo ad un compito che parrebbe semplice ma non lo è: essere agenti di cambiamento. Fare in modo che chi partecipa a quegli incontri possa riflettere, confrontarsi con esperti di settore, politici, rappresentanti di categoria, intorno ad una emergenza, un problema.
Lo possa fare senza filtri, in maniera diretta. A Sedilo, ad esempio, le centinaia di pastori intervenuti hanno scoperto che il latte di pecora è in crisi solo in Sardegna, che nel resto d'Europa, Italia compresa, il lavoro del pastore è remunerato. Qui da noi la crisi è terribile. Uno slogan diceva "Pastores semus totus". Al di là del facile populismo è la verità. Se la Sardegna, le aree interne perdono la pastorizia, con lei, oltre all'enorme danno economico, si cancellano millenni di storia, di regole condivise, di saperi. Tutta l'isola perderà l'anima. Perderà un ceto che nei nostri paesi è ancora classe dirigente, produce amministratori, imprenditori.
Allo stesso modo sarà così se lo Sviluppo Locale non riuscirà a creare reti e "capitale sociale", quell'insieme di rapporti di reciprocità, di relazioni, di interesse condiviso per il bene comune che permette alle comunità, alla società, di creare migliori opportunità per tutti. Giorgio Macciotta ricordava a Macomer che in un certo periodo centottanta dipendenti delle fabbriche di Ottana erano diventati amministratori comunali, classe dirigente delle proprie comunità. Questo era dovuto all'inseminazione di cultura industriale, dal metodo del confronto appreso sul posto di lavoro, dalla libertà che lo stipendio sicuro dava a quelle donne e quegli uomini.
Adriano Olivetti pensò alla fabbrica e al Movimento di Comunità come luoghi di formazione della classe dirigente del Canavese. Luoghi di addestramento ai meccanismi partecipativi, alla responsabilità degli individui nei confronti degli altri; spazi di inclusione. Se un territorio ha una buona classe dirigente ha una buona classe politica. Le due cose sono interdipendenti. Di più, maggiore è la consapevolezza dei cittadini, la loro libertà, il loro interesse per il bene comune come eredità collettiva da lasciare a chi verrà, maggiore sarà la qualità di chi questa comunità rappresenta e dirige.
Sardegna Democratica vuol essere questo. Più persone entrano in contatto con queste idee maggiore è la speranza. Renato Soru a Ballarò ha sintetizzato il suo credo politico in un efficace: "Meno cemento e più regole". Questo è il punto. Il contagio italiano ha prima rimosso le nostre antiche norme, le ha sostituite con una anomia, con assenza di regole. Per fare in modo che le regole rinascano, siano interiorizzate, occorre, anche, che si continui in ciò che Sardegna Democratica sta facendo. Una nuova forma di amore per la nostra Sardegna, per la nostra gente. Un nuovo patriottismo.
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