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Pretziu de latte - Pretziu de gana

di Marco Pau | tutti gli articoli dell'autore

Ci dicono che quest'anno il latte vale 0,60 euro/litro e sappiamo che  questo prezzo significa un anno di miseria per gli allevatori. Ci dicono che "purtroppo" il prezzo è necessariamente questo perché c'è crisi nel mercato dei formaggi, ma non ci danno i numeri. Dobbiamo prendere per buoni i loro dati, la loro parola. Bene, se c'è crisi, se il latte non ha più valore, se hanno ragione loro, non c'è più motivo non c'è più convenienza a produrre. Dobbiamo rassegnarci e dobbiamo dirvi che dovete cambiare mestiere, per chi trova alternative. 

Ma prima di accettare questa  realtà  - drammatica - abbiamo il dovere di verificare, capire; e allora, dato che non ci danno dati, andiamo a verificare le loro asserzioni con i dati che abbiamo a disposizione: andiamo a vedere come questa mostruosa crisi si manifesta altrove.

E cosa troviamo? Troviamo che il prezzo il latte nel Lazio viene pagato a 0,835, in Toscana a 0,99; non in Cina, non sulla luna. E stiamo parlando di due regioni che non hanno qualche migliaio di pecore, sono due regioni che hanno circa un milione e trecentomila pecore cioè quasi la metà del nostro patrimonio ovino; due regioni che in percentuale di pecore allevate stanno alla Sardegna come la Sardegna sta all'Italia dove, non dimentichiamolo, ci sono oltre sette milioni di pecore. Quindi numeri importanti che smentiscono chi asserisce che in quei contesti si spuntano prezzi più alti perché il basso numero di pecore ne fa un mercato di nicchia.

E ancora, i dati che troviamo ci dicono che il prezzo del pecorino Romano (quello prodotto in Sardegna, badate bene) è, tra i formaggi pecorini, il  più basso, molto più basso degli altri  pecorini (ad esclusione del pecorino sardo  - sarà un caso?) che arrivano anche a oltre 10 euro il kg (franco magazzino e escluso IVA, per credere vedere i ISMEA).

Non solo, mentre le produzioni laziali di Pecorino Romano scendono, nel corso del 2009 da 6,6 a 6,20 euro/kg, le produzioni Sarde scendono, nello stesso periodo da 6,6 a 5,05 euro/Kg (la ricotta di latte ovino, nei mesi di ottobre, novembre, dicembre 2009 era quotata a 4,58). Forse dovremmo fare una seria riflessione sul fallimento del Consorzio di tutela del Pecorino Romano perché se la sua missione è promuovere il Pecorino Romano, il fallimento è evidente, fallimento sulla politica dei prezzi come visto ma anche fallimento sulla politica commerciale se è vero, come lo stesso bollettino del consorzio certifica, che le esportazioni verso gli USA sono passate dagli oltre 200 mila quintali del 2000 a poco più di 150 mila quintali del 2009 (secondo altre fonti  - dati CLAL che sostanzialmente coincidono con i dati del consorzio nell'anno 2000, nel 2008 l'esportazione verso gli usa è stata di 138 mila quintali).

In questo decennio l'Italia (quindi il pecorino romano) ha visto scendere il suo peso relativo in volume di pecorini tipo romano importati negli USA del 9,9% nel 2005 rispetto al 2000; nel 2006 il peso relativo era del 68,8%, nel 2008 era del 53,4%. Nello stesso periodo, i dati sui volumi ci dicono che la Francia ha esportato pecorini "for grating" passando dal 13,8% al 19%; la Spagna è passata dal 2,9% all'8,3% e stiamo parlando di Paesi dove il litro latte raggiunge prezzi per noi neppure pronunciabili; la Grecia lido delle esportazioni per qualche nostro produttore di latte alla ricerca di maggiori fortune è passata dal 7,4 al 9,6%. E in seguito a questo fallimento, mentre il management del consorzio, presidente in testa tira avanti tranquillo, i pastori devono  accettare di ridursi alla fame? 

Ma  torniamo al valore del latte; quindi dicevamo, che il pecorino Romano ha un prezzo basso il che giustificherebbe, secondo l'industria, il basso valore del latte ma i numeri ci dicono  che in Sardegna si producono circa 300 milioni di litri di latte/anno mediando tra i vari tipi di lavorazioni: 300 milioni di litri di latte significano almeno 600 mila q.li di formaggio (senza contare che al latte di pecora si aggiunge il latte di capra e di vacca nei formaggi cosiddetti misti). Dunque, se la produzione del pecorino romano è di circa 200 mila quintali, anche ammettendo che per la sua fabbricazione occorrano sei litri di latte a kg di formaggio possiamo calcolare che assorbe non più del 40% del latte ma, questo significa che la parte preponderante del latte che i pastori producono  viene utilizzato per produrre formaggi ben più pregiati del pecorino romano, formaggi che vanno sui mercati non a 6 euro ma a 9, 10 euro, senza contare il fatto che lo stesso pecorino, per la parte venduta "not for grating" ha altri prezzi, così come si registrano ben altri prezzi per la parte venduta nel resto del mondo per esempio, giusto per citare, secondo i dati CLAL il pecorino esportato nella UE, pari nel 2008 a oltre 28 mila quintali (quindi oltre il 20% del volume esportato stesso anno negli USA, ha avuto un prezzo medio di 7,60 euro. E poi c'è il valore della ricotta e delle produzioni speciali (vedi frue ...)

Insomma,  - ammettendo e non concedendo  - se il 40% del latte viene utilizzato per fabbricare un formaggio che (poiché viene venduto a 5 euro/kg) può pagare solo 60 centesimi l'altro 60% di latte dovrebbe avere un valore almeno di 1,1 euro (se consideriamo un prezzo medio dei formaggi altri a 9 euro il kg) quindi, se mediamo il tutto dovremmo avere un prezzo medio pari a 0,90 (guarda che combinazione, giusto un valore a metà tra il prezzo del latte in Toscana e il prezzo del latte nel Lazio). In altri termini il prezzo giusto dovrebbe essere pari al 150% del prezzo proposto.

Ma se così fosse, dato che questa situazione non si è creata quest'anno non è che per caso, anno dopo anno basando il prezzo del latte solo sul pecorino romano e non contrastando (non vogliamo dire agevolando) una deriva disastrosa dello stesso, hanno sottratto ai pastori almeno il 37% del valore del latte? Più di un terzo del valore! Giusto per essere chiari, se così è, significa che con un prezzo - poniamo - a 70 centesimi, hanno portato via ai pastori 26 centesimi per litro di latte, ovvero almeno 30 euro per ogni pecora, tremila euro ogni 100 pecore, oltre 75 milioni di euro ogni anno all'intera pastorizia ogni anno. Ma se così fosse, forse la trattativa sul prezzo potrebbe assumere un'altra piattaforma, magari potremmo chiedere un rientro in comode rate del maltolto.

Questi sono i nostri numeri; ci dimostrino che stiamo sbagliando, ci mostrino i loro calcoli, ci diano i dati.

Nel 2005 si fece un accordo che impegnava la parte industriale a indicare il prezzo del latte sulla base di questi argomenti sulla base di un paniere dei principali formaggi. Quando hanno capito che, avendo i dati, eravamo in grado di fare i calcoli hanno ricusato l'accordo asserendo che il prezzo lo fa il mercato ma il mercato è trasparente, questa filiera è invece opaca troppo opaca per non suscitare il  sospetto che nasconda qualcosa.

Noi crediamo che sia giusto ripartire da quell'accordo. Ma per fare questo bisogna che gli industriali accettino di aprire un tavolo serio di confronto e a quanto pare, non ne hanno intenzione; certo, loro non hanno nessun bisogno di scendere a patti, non sono mica autolesionisti. E noi? Stiamo a guardare?

 

25 February 2010
 
I commenti dell'articolo [7]
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7. Antonio
30/06/2010 18:51
Nell'articolo e nei commenti ho visto buona parte della verità del comparto. In particolare mi ha acceso l'attenzione il commento che riportava dell'assenza di personale specializzato e/o laureato come addetto al settore commerciale delle cooperative.

Le stesse sarebbero quindi in balia degli stessi pastori-soci-amministratori che, nella migliore delle ipotesi non hanno le competenze necessarie ad una gestione oculata della commercializzazione del prodotto e, più in generale dell'intera catena produttiva. Viene il sospetto che talvolta si vogliono fare dei piccoli grandi favori assumendo personale non necessario solo per dare il contentino a qualcuno.

Mi è tornato alla memoria il racconto di un vecchio amministratore: nella cooperativa da lui amministrata avevano venduto il formaggio ad un grossista " continentale" il quale aveva però chiesto di lasciare il formaggio nelle cantine ancora per qualche mese, provvedendo a pagare il personale addetto alla manutenzione del formaggio. Ne nacque una discussione con il salatore capo che sosteneva la necessità di quattro persone per svolgere il lavoro.

Il vecchio commerciante diceva che bastavano due. Alla fine propose al capo salatore, che accettò l'offerta, di accollarsi da solo il lavoro per un compenso relativo a 1,8 persone. La storia ci insegna che in Sardegna il concetto di cooperativa non è ancora ben chiaro; viene vista ne più ne meno come l'industriale, e quindi non come una cosa propria da far crescere, ma come un'entità estranea, di proprietà non si capisce se del presidente, del consiglio di amministrazione o, addirittura degli amministrativi dipendenti della stessa.

Bisognerebbe quindi far maturare il senso di cooperazione nei soci, la partecipazione, l'elezione di rappresentanti validi e l'affidarsi a personale esperto nel settore commerciale.
6. mario deriu
14/04/2010 21:13
Non tutte le coperative sono gestite da incompetenti, ci sono delle realtà in sardegna che funziano assai bene con dei propri clienti diretti in america. Quindi non è vero che tutto é gestito da pochi anche se mi duole dirlo ci sono delle cooperative che da questi si fanno guidare. Questo non vuol dire che siano loro a volere la crisi, questa viene da lontano e dobbiamo essere noi in grado di tutelare i nostri interessi. Purtroppo siamo lasciati soli. Nel 2009 una coperativa ha pagato il latte a 0,94 questo vorrà dire pur qualcosa.
5. Fortunato Ladu
10/03/2010 11:13
Ma scusate, Toto Meloni era presidente del Consorzio da quando, o prima, della Giunta Soru. Ci accorgiamo adesso che non funziona. Va bè che c'è stato di peggio, 2005 a 0.51.
4. imma
04/03/2010 15:30
grazie all'autore dell'articolo. anch'io, che sono profana, ho potuto incominciare a farmi un'idea del problema legato al prezzo del latte. Spero che l'intervento non rimanga isolato, ma che possa essere approfondito anche in questa sede.
3. Antonello Cannas
26/02/2010 23:31
I numeri dell'articolo ad occhio sono giusti. E' però illusorio pensare ad un ad un tavolo di confronto con gli industriali che porti a qualche risultato concreto se continuiamo ad avere un loro (in realtà di 3-4 persone) strapotere nel mercato, causato dal fallimento pressoché totale, con qualche limitata eccezione, del sistema cooperativo. Le cooperative casearie producono più del 70% del totale del Pecorino Romano, fatto di per sé già molto grave. Per di più vendono tutto il Romano (e molto del resto che producono)ai 3-4 grossisti suddetti. Invece di fare da contraltare ai privati, vendendo autonomamente i loro prodotti, pagando adeguatamente il latte e quindi rompendo il cartello da loro costituito (mi sembra difficile sostenre che non esista), ne sono totalmente sottomesse. Se gli allevatori del settore ovino hanno una colpa in questa tragedia, è proprio quella di non aver saputo gestire le cooperative, che si caratterizzano per la quasi totale assenza di personale qualificato (laureato o perlomeno specializzato) e di una qualche politica commerciale.
2. Bustianu
25/02/2010 19:58
Lucida e tragica analisi dell'andamento del comparto. Tuttavia non credo sia utile continuare a parlare di costo di produzione del latte e della sua remunerazione calante. L'unica possibilità di sopravvivenza, come mostrano i dati citati sull'export di Francia e Spagna, è imparare a vendere i nostri prodotti. Impariamo dalla Coca Cola: si vende a 1 euro al litro, com'è possibile?
1. Roberto
25/02/2010 14:09
Il costo di produzione di un litro di latte ovino è compreso fra 0.93 - 1,2 ?. I Trasformatori per un litro di latte stanno pagando 0,65 ?. L'Assessore e il presidente del consorzio latte stanno predisponendo la camera di "Compensazione": Non c'è peggior danno per il comparto del silenzio che sta accompagnando quest'operazione. Cosa bisogna aspettare perchè i produttori facciano sentire le proprie ragioni? Il funerale della Pastorizia? Non c'è più tempo da perdere.
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