di Tore Corveddu | tutti gli articoli dell'autore
La grave crisi che ha sconvolto l'economia globale è certo che deriva da decisioni che sono lontane dai poteri decisionali dei singoli Paesi. Gli effetti di questa crisi, però, per stare al nostro Paese, lasciano segni più evidenti nelle realtà territoriali che non hanno saputo guardare, con continuità, alla modernizzazione e all'innovazione di tutte le componenti produttive e infrastrutturali (materiali e immateriali) che devono connotare un'economia equilibrata ed avanzata.
La Sardegna, da questo punto di vista, sconta queste difficoltà insieme a tanta parte del Mezzogiorno, quasi che a chi governa faccia comodo così! La situazione è grave in tutti i settori produttivi: certamente nell'industria tradizionale (chimica e metallurgia su tutte), ma non di meno e proprio in questi ultimi mesi, il tema della pastorizia e dell'agricoltura mettono in evidenza le troppe "distrazioni" rispetto all'esigenza di una programmazione e valorizzazione di tali patrimoni produttivi.
La crisi ci consegnerà, come dicono i più autorevoli economisti, mutamenti strutturali dell'economia e dei sistemi di produzione che, pertanto, vanno affrontati con coraggio e determinazione. Pena ulteriori danni e sconfitte rispetto alla domanda di sviluppo. Per queste ragioni condivido, nei modi e nei tempi, la sfida che ri-lanciano, unitariamente, CGIL-CISL-UIL della Sardegna, con un livello di coesione che, invece, manca alla politica ed in particolare a chi governa attualmente la Regione, che a parole riconosce e condivide le proposte del sindacato ma, nei fatti, appare poco incisiva nei confronti del Governo nazionale e, contemporaneamente, ricorre a facili suggestioni (o scorciatoie) facendo intendere di favorire la ripresa dell'economia e
dell'occupazione. Tra queste scelte quella sulla ripresa della cementificazione.
Per stare ai problemi industriali, o meglio alla continua demolizione della grande industria sia chimica sia metallurgica, occorre avere ben presente che le produzioni ancora presenti in Sardegna sono fortemente richieste dal mercato, e in favore di questo parlano chiaro le cifre delle importazioni del nostro Paese che mostrano un deficit, anche nel periodo della crisi, che non si riduce!
Su tutti i problemi pesa il costo dell'energia dal quale non si può prescindere. Ma al netto di questo si può affermare che sotto il profilo dell'efficienza, e della capacità industriale, negli ultimi anni e nonostante gli impegni più volte assunti e sottoscritti, è sembrato di assistere ad una volontà di chiusura delle produzioni piuttosto che di una loro riorganizzazione e riqualificazione.
Di questo l'ENI porta le più gravi responsabilità, anche se in compagnia con altre società. Infatti le varie formule adottate, tra cessioni o alleanze temporanee, sono lì a dimostrare un quadro fortemente ridimensionato e indebolito. Se non si inverte questa tendenza, e la vicenda VINYLS di questi mesi è preoccupante quanto quella di ALCOA, la Sardegna rischia una rovinosa caduta che ci riporta indietro di almeno 40 anni.
Come far diventare opportunità questa crisi, un po' lo slogan dello sciopero del 5 febbraio, è compito della politica rispetto alla quale le imprese sono un "di cui". Uno sciopero, quindi, non solo necessario che segna un punto di ri-partenza, e questo grazie a una forte ripresa unitaria del sindacalismo confederale che, è auspicabile, sia anche duratura.
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