di Nicolò Migheli | tutti gli articoli dell'autore
Il 27 febbraio 1960 in un treno che da Milano lo portava a Losanna, moriva Adriano Olivetti. Non aveva compiuto sessanta anni ed era al culmine della sua esperienza imprenditoriale e politica. Cinquanta anni dopo la sua vicenda, il suo impegno e testimonianza raccontano di un'altra Italia, di virtù pubbliche e private che sono agli antipodi delle "narrazioni" attuali.
Adriano Olivetti era un industriale atipico nell'Italia degli anni '40 e '50. Un personaggio scandaloso per i suoi colleghi. Egli interpretava il suo ruolo con accenti innovativi. Riteneva che l'impresa aveva un ruolo sociale e dove essere portatrice di cultura, la fabbrica per l'uomo e non il contrario. Si preoccupa della condizione operaia costruendo case per i lavoratori, fornendo servizi come la sanità e le vacanze per i propri dipendenti.
Assumeva architetti, letterati, filosofi, sociologi e psicologi, in modo che il lavoro fosse luogo di crescita umana per tutti. Quella fabbrica fu un luogo di elaborazione alla quale collaborarono giovani intellettuali, destinati a diventare famosi, come, tra gli altri: Geno Pampaloni, Franco Fortini, Franco Ferrarotti, Alessandro Pizzorno, il poeta Giovanni Giudici. Ai giovani manager era solito ripetere che se "non conosci il nero del lunedì di un operaio" mai avrebbero potuto dirigerli.
Nella Olivetti del tempo nasce la psicologia e la sociologia del lavoro in Italia. Gli operai hanno la possibilità di aspirare ai massimi incarichi come Natale Capellaro che con la licenza elementare, da apprendista divenne direttore tecnico dello stabilimento.
La sensibilità di Adriano Olivetti per le condizioni di vita dei suoi lavoratori è motivata dal fatto che l'impresa se pratica la centralità dell'uomo, costituisce con il lavoro una delle forme più alte di crescita civile e democratica degli individui. Tutto ciò però agli occhi di Olivetti non era sufficiente. Concepisce la sua fabbrica come disseminatrice di valori e cultura nel territorio. Comincia col farlo con le assunzioni. I suoi scout percorrono il Canavese, villaggio per villaggio, identificando i giovani più innovativi, più abili, per poi portarli nel suo stabilimento, chiedendo ad essi di essere degli agenti di sviluppo nei propri paesi.
Per questo motivo, insoddisfatto dei partiti, con alcuni amici della sinistra cattolica fonda il Movimento di Comunità "il nome lo dice e il programma lo riafferma, è un Movimento che tende ad unire, non a dividere, tende a collaborare, desidera insegnare, mira a costruire. Non siamo venuti dunque per dividere, ma per esaltare i migliori, per proteggere i deboli, per sollevare gli ignoranti, per scoprire vocazioni." (A. Olivetti, Città dell'uomo, Edizioni di Comunità, p.26).
Una comunità inclusiva, che faccia della concorrenza delle idee, del rispetto dell'uomo, della cultura e dell'arte i suoi valori fondanti. Una idea dello sviluppo dal basso con la valorizzazione del capitale umano, delle sue competenze, dei suoi valori. Un modello di sviluppo che nelle aree come la Sardegna perse, fu adottato quello per Poli, il cui ciclo è ormai arrivato al termine.
Nel suo impegno Olivetti era animato da un profondo spirito religioso che coniugava il suo cattolicesimo con le origini ebraiche della sua famiglia, basato sul senso di responsabilità che dovrebbe animare ogni uomo, sull'assunto che chi molto ha avuto dalla vita e dalle circostanze, deve restituire agli altri, alla sua comunità di appartenenza o di elezione. Impegno personale, caratura etica e impegno politico devono coesistere per aspirare ad una completezza. Santificare la propria vita con il lavoro e l'impegno per gli altri.
La vicenda di Adriano Olivetti ebbe anche una appendice sarda. Antonio Cossu, lo scrittore, dal 1954 al 1958 lavorò ad Ivrea e fece conoscere ad Olivetti un'esperienza simile che esisteva in quegli anni a Santu Lussurgiu con il gruppo Montiferru, che editava un giornale, teneva convegni sullo sviluppo, operava nell'educazione degli adulti. Tramite Cossu vi furono anche contatti con il PSDAZ che nel 1958 si presentò alle elezioni politiche apparentato con il Movimento di Comunità. L'unico parlamentare eletto fu lo stesso Olivetti, la cui opera venne stroncata dalla sua morte prematura e con essa anche il Movimento di Comunità ebbe fine.
Cinquanta anni dopo Adriano Olivetti è ancora attuale? La sua utopia ha ancora valore?
In tempi in cui la società italiana, anche quella sarda, sembra non avere più ormeggi; l'unico collante sembrerebbe l'individualismo autistico, con le comunità disgregate, la moralità pubblica in condizioni dove non si trovano più parole per descriverla. Dato questo panorama le idee di Olivetti hanno ancora senso? Sembrerebbe di no.
Sandro Bondi nella sua frenetica attività nel trovare padri nobili per il Principe è arrivato a scrivere un libro per dimostrare che Berlusconi è l'unico erede legittimo di Olivetti. In effetti una cosa in comune l'hanno: due imprenditori che si sono impegnati in politica. Per il resto come dicono dalle mie parti: "Est a paragonare a Deus cun su cucu".
Se vi è un altro da sé di Olivetti quello è Berlusconi, a cominciare dai diversissimi stili di vita, per poi continuare con l'idea di rispetto delle regole, dei meccanismi democratici, della ricchezza.
Nonostante il pessimismo è dall'utopia olivettiana che bisogna ripartire. Sardegna Democratica, forse senza accorgersene, si è messa in quella tradizione. Gli eventi, i dibattiti, che ormai stanno animando quasi tutti i fine settimana della Sardegna, altro non sono che una grande scuola popolare di democrazia in cui competenze differenti, percorsi politici plurimi si incontrano, dialogano, progettano, costruiscono.
E' la sfida per un nuovo modello di sviluppo, rispettoso delle diversità, una fucina di classe dirigente, un reagire propositivo alla sfiducia e al pessimismo che sembra la facciano da padroni. Attraversare deserti è difficile, farlo in buona compagnia aiuta. Olivetti approverebbe.