di Nicolò Migheli | tutti gli articoli dell'autore
La vergogna secondo alcune scuole psicologiche altro non sarebbe che un sentimento compulsivo di chi dipende dal giudizio degli altri. Detta così ciascuno dovrebbe fare di tutto per costruirsi delle sue sicurezze al fine di evitare uno stato d'animo che provoca tanta sofferenza. Debbono pensarla sicuramente in questo modo gli ospiti dei talk show che si rimpallano l'un l'altro: vergogna, si vergogni (quelli che usano ancora forme di contegno sociale) vergognati! L'accusa però scende sulle loro spalle come acqua che non bagna.
Nessun rossore in diretta, anzi sorrisi compiaciuti, applausi delle rispettive claque. La vergogna sembra ormai un sentimento scaduto, inattuale. Il premier che "senza vergogna" viene definito utilizzatore finale delle escort. Borghezio e Gentilini che rivendicano "senza vergogna" comportamenti razzistici. Avvocati, guardasigilli, maggioranze parlamentari che "senza vergogna" producono leggi, tentano modifiche costituzionali per garantire al Presidente del Consiglio di fuggire dai suoi giudici naturali.
La Presidente del Consiglio Regionale, come un autocrate centro asiatico, "in vita" fa incidere in plexiglas una sua frase memorabile da lasciare ai posteri e "senza vergogna" la fa affiggere nell'atrio del Parlamento dei Sardi. Il musicista Morgan che dichiara di fumare il crack, per poi "vergognarsi" da Vespa quando ha notizia che per le sue abitudini non potrà più partecipare al Festival di San Remo.
Ormai quel sentimento è diventato come la "trasgressione", che ci sarà mai da trasgredire in una società dove le norme, i costumi, i comportamenti sessuali sono sempre più individuali e perciò relativi. Per provare vergogna bisogna prima appartenere ad un gruppo, avere un senso morale condiviso con il prossimo, una idea di se stessi, un senso del ridicolo. La società plasmata dal Mercante di Lanterne (Cordero) ha fatto di tutto per costruire una egemonia culturale basata sull'esposizione impudica di sentimenti personali, di vicende che in altri tempi si potevano raccontare solo al confessore e che ora servono esclusivamente all'Auditel ed al classico quarto d'ora di notorietà. Programmi televisivi, personaggi di successo che con dichiarazioni e comportamenti scavano negli animi, nelle coscienze, nelle imitazioni, spingendo sempre di più verso l'individualismo, la non relazione, l'arbitrio sugli altri. Sempre "senza vergogna".
In un panorama così, Giomaria Bellu vorrebbe che i Sardi riscoprissero quel sentimento antico, che risentissero nella loro carne lo sconcerto di chi li ha preceduti nel mandare le proprie figlie e sorelle a "servizio" nelle città del continente, e i propri figli a sacrificarsi per patrie altrui.
Non sarà così, saranno sempre pochi a provare vergogna per una Nazione che non riesce a riconoscersi, per quelli che per il classico piatto di lenticchie hanno permesso la devastazione e occupazione del territorio, per l'inadeguatezza delle sue classi dirigenti. Provare vergogna è doloroso, è sentire, toccare il limite. Provare vergogna è il primo passo per dichiarare a se stessi: non accadrà mai più. Dalla vergogna può nascere rabbia, voglia di riscatto, non volere che avvenga quello che altri hanno dovuto sopportare.
Un anno dopo la caduta della giunta con più alto tasso di autonomismo degli ultimi sessant'anni, nel pieno di una crisi epocale, nessuno proverà vergogna per aver dato fiducia agli attuali governanti, di essere per l'ennesima volta caduti nella trappola del Mercante di Lanterne. In fin dei conti, la situazione sarà pure pessima ma è sempre al di sopra della catastrofe.