Sinistra e postdemocrazia

di Nicolò Migheli | tutti gli articoli dell'autore

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Il 30 e 31 di Maggio quattro elettori su dieci hanno preferito fare altro, non sono andati nei seggi ad esercitare il proprio diritto/ dovere del voto. Due settimane dopo la stessa scelta è stata fatta da più di sei sardi su dieci. Mai avvenuto prima. Sul voto nelle amministrative della Sardegna molto è stato detto. L'istituzione Provincia la prima imputata. Dopo anni di delegittimazione l'elettorato pare la viva come inutile e quindi non abbia molto senso votare per un istituto a rischio di scomparsa. Si è detto inoltre che i candidati, non solo per la carica presidenziale, non fossero all'altezza dei desiderata dell'elettorato; che non ci sia stato dibattito sui programmi ma solo sugli organigrammi; che la crisi economica e le difficoltà dei cittadini li stia allontanando dalla politica; che l'astensionismo sia l'ultima forma di contestazione rimasta verso una politica ritenuta autoreferenziale e lontana dai veri bisogni.

Si è arrivati a scrivere che ci stiamo europeizzando. La Sardegna in linea con le tendenze al voto di Gran Bretagna e Francia. Non è proprio così. E' da venti anni che si assiste ad un lento ma progressivo allontanamento degli elettori dall'urna. Un fenomeno considerato peculiare della "destra" che sempre di più sta coinvolgendo l'elettorato di sinistra. Il modello politico dominante del berlusconismo è penetrato fino in fondo nel campo avversario, lo sta connotando, è diventato modello di riferimento. Berlusconi è stato il profeta e lo sperimentatore di una nuova organizzazione del politico che ha sfondato nel mondo occidentale. Il trionfo della postdemocrazia secondo la teoria di C. Crouch.

L'abbandono delle novecentesche rappresentanze di classe per il "partito di tutti". "Per un partito non avere una base definita significa esistere nel vuoto" (C. Crouch, Postdemocrazia, Laterza). Un partito sì fatto diventa dipendente dagli interessi di lobby che si pongono come alternative alla rappresentanza tradizionale. Il classico modello strutturato che vedeva i vari partiti di massa costruiti su cerchi concentrici: dirigenti, parlamentari, amministratori locali, militanti, tesserati ordinari, sostenitori e semplici elettori viene superato. Si stabilisce un rapporto diretto tra leader, gruppi dirigenti ed elettori. Ogni filtro stabilito dalle competenze, dal lavoro oscuro della militanza, dalla formazione nelle scuole di partito, eliminato perché ormai inutile per la gestione del consenso.

Basta una leadership forte o collettiva per il rapporto diretto con l'elettorato teorizzato e vissuto come "liquido". Saranno poi spin doctor, sondaggi, focus group a misurare il grado di popolarità di una decisione, o semplicemente di un annuncio, a cogliere i bisogni, orientare se non manipolare l'opinione pubblica.

Strumenti che hanno limiti nel cogliere tutte le modificazioni del sociale. Si basano su domande predeterminate che possono ignorare dettagli fondamentali. I partiti  diventano comitati elettorali permanenti a servizio delle rappresentanze di governo o parlamentari. Partiti che cessano di essere agenzie creatrici di senso, ma solo scheletri con organizzazioni minime che si attivano periodicamente per le tornate elettorali.

Manca del tutto il quotidiano, l'agire nei luoghi di lavoro, nei quartieri e nelle comunità. Non esiste più la sezione tradizionale, basta il club o il circolo, spesso senza sede stabile. Una concezione simile della politica non ha più bisogno di grandi disegni, di una proiezione di cambiamento che superi la durata del mandato. Ogni progetto che vada oltre la scadenza elettorale viene vissuto dal politico come inutile se non dannoso per la propria riconferma.

Ormai anche loro vivono la solitudine dei manager. Si vogliono risultati in tempi brevi, cinque anni sono tempi considerati storici. Si massimizza tutto subito se no gli "azionisti", che spesso sono lobby interne alle organizzazioni politiche, a volte esterne, con grandi poteri di condizionamento, sono pronte a togliere l'appoggio e a non garantire la rielezione. In una realtà simile il politico può perdere il contatto con la  "base", pensa di sostituirla con la convention, con il bagno di folla, da cui si sente appagato e ne diventa dipendente. Così come ricerca chiunque sia disposto a dargli ragione, la critica vissuta come attentato alla propria sicurezza. Operando in un mondo post ideologico non hanno neanche la rassicurazione dei "sacri testi" o della vulgata. Il rapporto con la base rarefatto.

L'unica azione la presenza nelle amministrazioni e istituzioni. Tutto diventa inesorabilmente nuovo, tutto può attentare il proprio potere. L'unica reazione è evitare con il divide et impera che si coagulino  forze vissute sempre come antagoniste. Una concezione darwiniana dell'esistenza. Un esercizio del potere per il potere perfettamente descritto nel tirare a campare andreottiano. Il partito postpolitico non chiede più a chi si vuole candidare una accettazione di grandi principi. Infatti si è formato una sorta di mercato delle candidature. I personaggi che magari potrebbero godere di consenso alto si comportano come i calciatori, in attesa che si presenti il miglior ingaggio. La frase "Sono andato con loro perché me lo hanno chiesto, anche se la penso come voi" è molto più comune di quanto non si creda.

Ciò porta a cooptare persone che abbiano comunque una qualche visibilità, specie se televisiva o per un intervento fortunato in qualche assise, che godano della vicinanza al leader e per ciò vissuti come fedeli. Altri, invece si avvicinano ai partiti, ma anche ad organizzazioni che possono essere bacini di consenso, non per un lavoro di militanza ma per garantirsi una candidatura. Una purché sia e con buone possibilità di successo. Tanto più se la politica rappresenta una professione con redditi alti ed un investimento in relazioni da utilizzare al termine del mandato. Un sistema di questo tipo non sempre garantisce i politici migliori ma quelli che riescono a sopravvivere nella competizione interna utilizzando ogni metodo.  In un sistema simile il progetto diventa secondario, sepolto dall'appeal personale dei candidati.

Poi ci si meraviglia che i cittadini si allontanino, non votino, che "tanto sono tutti uguali" sia il ritornello più ripetuto. Non potendosi ricostruire il partito novecentesco,  bisognerà pure trovare una modalità  per ridare rappresentanza ai ceti popolari ad un ceto medio sempre più impoverito e per quel che riguarda la Sardegna, alle storiche aspirazioni di sovranità. Bisognerà trovare una organizzazione che non serva solo alla auto riproduzione dell'èlite, lontana dai movimenti, che abbia un progetto chiaro, leggibile, che sappia comunicarlo e su di esso costruire consenso.

Si può prendere esempio, da quanto sta facendo David Miliband col Labour britannico. Lasciati a casa spin e sondaggi, l'idea che lui ha del partito e che la politica altro non sia che "community organising". Ripartire dalla organizzazione di comunità. "Dobbiamo costruire un partito in cui chi siamo conta di più di quello che facciamo, in cui le persone con la loro vita contano più dei programmi" " Nessun palco, nessun podio, nessuna separazione fisica tra speaker e audience, anzi, nessun speaker ufficiale: c'erano nove tavoli tondi, ad ognuno dei quali i presenti venivano invitati a prendere posto senza nessun ordine particolare. Ad ogni tavolo un "facilitatore" stimolava il dibattito con domande personali. Tutti stimolati a chiedersi "perché credi in questo partito" o "quando ti sei sentito maggiormente deluso dalla sua leadership" (Per Miliband la politica è "community organising", Europa.it quotidiano 8/6/10).

E' evidente che Miliband per conquistare il partito intende prima di tutto conoscere le reali motivazioni di chi vi aderisce e su queste costruire programmi e rappresentanze. Non più la linea che cala dall'alto ma una elaborazione comune, strutturata dal metodo e dalle competenze, incentrata sulle appartenenze e sulle identità. Modalità che tendono a ristabilire il governo dell'organizzazione, ne fanno una struttura stabile e non solo un comitato elettorale. Ricostruire un partito che operi sul solido. Un nuovo radicamento dopo anni di pratica "liquida". L'essere opposizione evidentemente stimola percorsi nuovi. In Sardegna si potrebbe fare allo stesso modo, se ci fosse volontà. La partecipazione al voto, forse, potrebbe migliorare.





21/06/2010
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