Nell’auspicio di una rinascita

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primavera sarda

Il primo luglio festeggiammo l’uscita del nuovo quotidiano Sardegna 24 diretto da Giovanni Maria Bellu. Ritornava in Sardegna dopo essere andato via e dopo essersi affermato non solo come giornalista ma come autore di romanzi e di inchieste.
Un grande professionista che tornava a casa ma anche un intellettuale che metteva a disposizione la sua autonomia intellettuale. E tutti sappiamo quanto ci sia necessità di avere persone di tale carattere e caratura nel giornalismo e nella vita pubblica. Soggiungevamo “Ritorna nella sua terra, sensibilmente cambiata da quando partì, e mette a disposizione intelligenza e passione. Ritorna per una nuova sfida…”.
Quel ritorno sembrava la ripartenza di un dibattito, di una vita civile, di un’altra Sardegna che facesse un poco di luce in un porto delle nebbie dove tutti sono contro tutti nel gioco del rinfaccio, del risentimento, della delegittimazione. In una dimensione ormai neanche più autoreferenziale ma banalmente autoriferita. Avevamo bisogno di una vera rivoluzione nell’informazione sarda, che, finalmente, informasse su quanto accadeva nei palazzi in particolare in quelli di via Roma a Cagliari – chiunque governi- ma anche nella realtà e nella società che gli inquilini di quei palazzi elegge.
Sembrava che avrebbe potuto scardinare poteri e potentati che hanno la loro massima espressione nell’interfaccia tra politica, editoria, palazzinari, sanità ed altro le cui perpetue festeggiano oggi per la sua chiusura e ridono in FB, assurdamente amici virtuali di tutti quelli che quotidianamente negano e massacrano. Questa è la metafora più rilevante della Sardegna: tutti amici e parenti in un luogo irreale. Tutti serpenti tra loro nel mondo reale. Tutti a voler essere un’altra persona o un’altra cosa e tutti alla ricerca di un capro espiatorio della soggettiva frustrazione nel lavoro, nella politica, nelle relazioni. Tutti ad immaginarsi luoghi fantasmatici per la difficoltà ad affrontare la vita reale e le persone reali e ad assumersi responsabilità in prima persona.
Sardegna 24 doveva raccontare una Sardegna in crisi; una Sardegna da cui si emigra questa volta anche con laurea e master; una Sardegna disperata senza una vera classe dirigente che ponga riparo alla disperazione. Doveva fare informazione e creare opinione pubblica, base fondativa di ogni cambiamento. Lo ha fatto. E però non è stato sufficiente per trovare una collocazione tale da proseguire.
Sardegna 24 chiude. Ci auguriamo per poco perché è difficile fare da controcanto in solitudine. Sardegna 24 voleva porsi come terzo e per fare questo doveva essere diverso. E lo è stato. E per continuare ad esserlo doveva affrontare quell’oceano di solitudine a cui è destinato chiunque in Sardegna intenda uscire dal coro ed essere elemento di discontinuità. Oggi leggiamo pagine di una retorica nauseabonda su Cicito Masala o su Sergio Azeni o su Sardegna 24. In vita e non solo loro furono vittime di un ossimoro che è la “dialettica del disconoscimento”.
Quante lacrime e quanti coccodrilli alla loro morte. Perché qui bisogna morire per consistere nella dialettica del riconoscimento ed essere finalmente fuori dal tribalismo e dal cannibalismo del quotidiano. Quel primo luglio scrivevamo che bisogna tenere alto il pensiero critico perché solo così siamo cittadini e non sudditi. Solo così agiamo democrazia, avendo come riferimento la Costituzione e lo Statuto della Sardegna.
La pubblicità di Sardegna 24 diceva che era ora di voltare pagina.
Ancora una volta lo diciamo nell’auspicio che Sardegna 24 riparta quanto prima. 
 





01/02/2012
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