di Filippo Sanna | tutti gli articoli dell'autore
Ma in politica esiste il non luogo? Sembra proprio di sì. Lo certifica il persistente virus del berlusconismo. Anche in Sardegna? Sì. La domanda ulteriore è: ma la Sardegna non aveva percorso un itinerario di consapevolezza? Non era finalmente adulta? Non aveva antidoti sufficienti? Non aveva narrazioni per disvelare gli inganni della campagna elettorale del 2009 e le successive infeudazioni? Perché narratori, giornalisti, opinionisti, accademici, non hanno spiegato come e perché un guitto ha gabbato un popolo? Non sarà che alcuni consapevolmente ed altri inconsciamente vengono beneficati al di là delle appartenenze e dei distinguo? Non sarà che un non luogo crea il miglior terreno di coltura per chi millanta di cambiare tutto e nulla cambia, anzi conferma l’esistente e moltiplica il potere di chi già lo detiene?
E’ di evidenza che la crisi della politica in Sardegna ha creato un non luogo più ipertrofico di quello nazionale. Un paradiso terrestre dove ognuno può rivendicare un’antica innocenza con un semplice abracadabra. In Italia è più difficile. Si è scamuffati in fretta. Ma nella provincia colonizzata fino alla povertà anche i vetrini sembrano diamanti e non c’è bisogno di Grillo. In virtù della specialità, siamo autarchici.
Un non luogo speciale dove l’unica cosa che si intravede, al netto delle retoriche, non sono proposte analitiche, progetti di governo, visioni da spendere nel front line della politica. Ma un serrate le fila della più becera politica, tipo CAF, andata in onda rovinosamente nelle amministrative sarde o nel voto per gli emolumenti in Consiglio regionale. Dall’altra parte ambizioni autoreferenziali anche di persone incardinate in partiti o in movimenti riconoscibili. Dove i programmi, le idealità, le politiche? Vero è che la democrazia, per fortuna, è un sistema dove anche un cretino assurge alle maggiori cariche. Nel sistema sovietico si teorizzò che anche una cuoca potesse governare lo stato: le cosiddette “ cuoche”di Lenin che, come sappiamo, non governarono mai.
Nel nostro non luogo incalzano altre metafore, meno potenti e simboliche. Tizio fonda un partito personale per candidarsi a presidente della Regione. Caio si veste già da presidente. Sempronio ha più chances perché ha un bel faccino. Pippo, Pluto, Paperino poi, si dice, hanno stretto un patto d’acciaio che al massimo sarà di rame e quindi malleabile fino a sciogliersi. Topolino si è fidanzato con Paperina. Una coppia contro natura! Ad oggi se ne contano almeno venti, dati come tali. Che cento fiori fioriscano, sosteneva Mao! Che non è la stessa cosa di chentu concas, chentu barrita.
La verità? In Sardegna dal 14 febbraio del 2009 nulla è stato più come prima. Ugo Cappellacci è il primo presidente per interposta persona. Renato Soru c’azzeccò quando lo chiamò, in Consiglio, Truman Show. Vinse l’elezioni per aver fatto l’ombra di Berlusconi. L’esito è tutto nelle statistiche. La relazione economica di Bankitalia certifica che la Sardegna è ritornata alle condizioni economiche di 16 anni fa. Qualcuno dubita che è Cappellacci la causa del tracollo degli ultimi tre anni? Lo è anche del tracollo della compagine di centro destra che, come nel più classico dei divorzi, fa volare gli stracci dicendo, apertamente, che la crisi economica c’entra poco e che c’entra molto l’incapacità del presidente della Regione.
Ugo Cappellacci dimostra che aldilà dell’idea che ciascuno ha di se stesso, si può essere presidente essendo del tutto incompetente. Come non tutti possono essere governatori della BCE così non tutti possono essere presidenti o assessori o consiglieri di una regione che ha la vastità e i problemi di un piccolo stato. Non basta essere popolari o immaginarsi vasti consensi. Bisogna avere un progetto. Questo è il minimo! Eppure Ugo Cappellacci è presidente senza averne uno. Inaugurò la stagione dell’andare in giro al motto: “Il progetto siete voi”. Inventò la giunta itinerante (ricordate?), quando ancora non rischiava i pomodori in faccia, accompagnato da La Spisa, che, come è noto, ha una grande cultura della partecipazione! Il risultato di tanto agitarsi, di tanta esposizione mediatica, di tanto straparlare è al massimo nei finanziamenti a pioggia. Come negli anni ’60.
Disse che avrebbe avuto un rapporto speciale con Berlusconi, nei cui giardini aveva sgambettato. Nessun presidente della Regione ha tanto stazionato nei corridoi ministeriali per non farsi ricevere neanche da funzionari distratti o da Alfano che non ha nessun ruolo di governo. Oggi con Monti? In fila. Deve avere rapporti con la Ue? Qui siamo al mistero. E’ presidente delle regioni insulari? Non pervenuto. Con l’EMPI, il progetto di cooperazione trans Mediterraneo, ottenuto dalla giunta Soru, poteva esercitare un ruolo baricentrico, oltre al finanziamento, di progetti con alcuni paesi? Nulla si sa. Va bè, c’è stata la guerra in Libia e la crisi siriana. Dovrebbe intendersi di bilancio che è il vero strumento di governo? Meglio tacere. Perché basta vedere cosa non ha fatto per capire che quello strumento finanziario è per lui un mistero. Evidentemente non basta essere commercialisti.
Dovrebbe assumere l’ambiente, il paesaggio e la cultura come volano di sviluppo? Ma tra piani casa, legge sul golf, continui massacri al PPR, isole che danzano nella settimana santa, vicegabibbo testimonial, cassintegrati messi in antagonismo col master & back, tagli a musei ed autonomie scolastiche, ecco servita un’idea di Sardegna: cementificata, ignorante, sottosviluppata.
Ugo Cappellacci per contrasto ci descrive come dovrebbe essere un vero presedente della Regione Sardegna. Una volta si diceva, qual è la morale di tutto ciò? Che quel ruolo e quella funzione, se devono essere a servizio dei sardi e non delle proprie ambizioni, è il più difficile su piazza. «È più facile vivere attraverso qualcun altro piuttosto che diventare veramente se stessi» secondo Betty Friedan, in The Feminine Mystique, inaugurando la più grande rivoluzione del Novecento. Perché diventare davvero se stessi e non l’ombra di un altro significa prendere coscienza di se e del contesto.
Abbiamo infatti bisogno di un presidente della Regione consapevole e competente, con un progetto, con una visione, con una squadra all’altezza della situazione drammatica in cui l’incompetenza ci ha precipitato. Di guitti e di dilettanti la Sardegna non ha più necessità. Hanno distrutto fin troppo.