Cibo e paesaggio

di Nicolò Migheli | tutti gli articoli dell'autore

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Un consigliere regionale di destra durante la discussione sulle linee guida di modifica del PPR ha affermato che il paesaggio è dinamico. Detta così, gli si potrebbe persino dare ragione, il nostro paesaggio, in molti luoghi, non è certo quello di soli cinquant’anni fa. Secondo uno studio della Confederazione Italiana Agricoltori dal 1861 le aree rurali sono diminuite di dieci milioni di ettari. Dati del 2011. Dieci milioni di ettari sono una superficie pari all’Emilia Romagna, il Friuli Venezia Giulia, il Veneto, la Lombardia, il Piemonte messi insieme. Dai 22 milioni di ettari disponibili nel 1861 si è passati ai 12 milioni, circa di oggi. Negli ultimi dieci anni, si sono persi un milione e novecentomila ettari, una superficie pari all’intera regione del Veneto.

Nell'incontro: "Costruire il futuro: difendere l'agricoltura dalla cementificazione," organizzato dal Ministro delle politiche agricole Mario Catania, sono stati presentati numeri da brivido. Cento ettari al giorno vengono “impermeabilizzati,” coperti da costruzioni: case, casette, condomini, capannoni, strade, discariche, ville e villette, torri eoliche e fotovoltaico a terra. Dati che se paragonati all’incremento demografico mostrano tutta la loro assurdità. Dal 1950 ad oggi la popolazione è cresciuta del 28%, la cementificazione del 166%. La superficie persa riguarda i seminativi e i pascoli, i luoghi in cui vengono coltivati e allevati i prodotti base della nostra alimentazione: grano, riso, verdure, frutta, olio, latte e carne. La diminuzione delle superfici coltivate, comporta maggiori importazioni. La sovranità alimentare è sempre più a rischio. Il grado di autosufficienza dell’Italia, oggi, per quanto riguarda i cereali è del 73%, per il latte del 64%, leguminose 33%, carne 72%, zucchero 34%, olio d'oliva 73%. La Sardegna poi importa, a secondo delle stagioni, dal 70 all’85% del suo fabbisogno alimentare. Secondo i dati Istat il 6,7% del territorio italiano è costituito da superfici edificate, naturalmente quelle di maggior pregio. Da sempre la concorrenza è sulle aree di migliori sia sul versante colturale che paesaggistico. Non è un fenomeno solo italiano. Secondo i dati Onu, nel 2009 è avvenuto il sorpasso, 3,42 miliardi di persone abitano in città e megalopoli, contro il 3,41 miliardi nelle aree rurali.

Ecco gli effetti della “dinamicità” che il centro destra sardo assume come valore. Lo stesso studio della CIA sostiene che il paesaggio rurale italiano vale 10 miliardi di euro tra produzioni agricole ed indotto. I nostri prodotti migliori hanno in sé il paesaggio e la bellezza dei luoghi, che li rende ipersimbolici, capaci di avere un grande valore aggiunto. Una ricchezza che la cementificazione continua e il degrado sta compromettendo definitivamente. La ong Oxfam nel suo rapporto Land and Power del 2011 riportava che negli ultimi dieci anni 227 milioni di ettari, una superficie sette volte l’Italia, è stata sottratta alle agricolture contadine. Paesi come Cina, India, Corea del Sud, Paesi Arabi, multinazionali dell’agri-business, fondi di investimento, acquistano o ottengono terre fertili in concessioni centenarie. E’ in atto una nuova corsa all’oro. Questo perché la domanda alimentare sta accelerando a causa dei cambiamenti climatici, dell’esaurimento delle falde freatiche, delle terre fertili e dell’inquinamento.

La crescita internazionale dei prezzi del settore alimentare è stimata dalla Fao intorno al 30% all’anno e le previsioni indicano che raddoppieranno nei prossimi due o tre anni. Aumenti dei prezzi del cibo che interessano pesantemente i bilanci delle famiglie. La Fao stima che la produzione di alimenti dovrà avere un incremento del 70% per soddisfare le esigenze future. Tutti questi numeri dimostrano che chi ha a cuore la difesa del paesaggio e delle superfici agricole, non è un ecologista estremista, bensì uno che si preoccupa non solo per il futuro della Sardegna, ma per il suo presente.

Sono le lobby dei costruttori e dei progettisti ad essere estremiste e fuori dal tempo. La crisi apocalittica che stiamo attraversando sta distruggendo certezze. Una di queste è che l’alimentazione sarà sempre a basso costo e disponibile. Invece si sta dimostrando che il cibo è quello che è sempre stato: un’arma di dominio e di ricatto. Se non lo produrremmo più, dove è scritto che altri vogliano vendercelo? E se lo vorranno fare a quali condizioni e a che prezzo? Ecco lo scenario dei prossimi anni. Una classe dirigente degna del nome, su questo dovrebbe misurasi. Nel XVI secolo, quando Filippo II decise che la Sardegna fosse aggregata in modo strutturale con il Consiglio d’Aragona, lo fece perché i suoi consiglieri rilevavano nell’isola una “falta de cabezas,” una carenza di classe dirigente, a quel tempo catalana ed castigliana. Quattrocento anni dopo, con la volontà di modificare le linee guida del PPR siamo sempre lì.

Per fortuna in Sardegna di “cabezas” che vogliono cambiare un modello di sviluppo vecchio ce ne sono, e molte. L’incontro di Sardegna Democratica di martedì 24 luglio ne è stata una dimostrazione. Da lì si deve ripartire e di vere “cabezas” in Sardegna ne incontreremo tante.
 





27/07/2012
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