Caro compagno che resta nel PD

di Michele Boldrin e Sandro Brusco | tutti gli articoli dell'autore

pugno chiuso

Abbiamo molto discusso nel mese precedente alla pubblicazione del manifesto “fermare il declino”. La discussione si è svolta su due piani: quello delle cose da fare e quello della strategia politica. Cominciamo dal primo punto, su cui in realtà abbiamo avuto pochi contrasti. La forza che stiamo portando alla luce esiste per porre al centro dell'agenda politica la fine delle rendite monopolistiche e dei conflitti d'interesse che bloccano il Paese, obiettivo che implica la necessità di rivoltare lo Stato italiano come un calzino. Il cambiamento ha bisogno di una vasta alleanza tra i produttori, che non può che assumere la veste politica di un movimento di massa. 

Siamo convinti che questo richieda una forza nuova. Tu non sei d’accordo e ritieni che la strada maestra sia diventare maggioranza nel PD. Ti chiediamo di riflettere ancora. Il PD dovrebbe essere trasformato nei tempi brevi imposti dall'emergenza político-economica che l'Italia sta attraversando. Il Paese non può aspettare dieci anni che il PD “maturi”. E' urgente fare di tutto perché la prossima legislatura non sia buttata al vento come lo sono state le precedenti. Ma il problema è più di fondo: a noi il PD pare ormai chiaramente irriformabile, per due ragioni. La prima è la cultura del gruppo dirigente. La seconda sono gli interessi materiali di vasta parte del partito e dei gruppi sociali che vi fanno riferimento.

Anche se guardiamo alla componente “riformista” del partito, manca un'alternativa strutturale che vada al di là dei temi classici della cosiddetta destra amendoliana del PCI o della sinistra democristiana degli anni '60-'70. I temi classici di questo filone erano il cosiddetto compromesso tra capitale (inteso come grande industria) e lavoro (inteso come organizzazioni sindacali) accompagnato dall'espansione della spesa pubblica per beni e servizi “essenziali” e la presenza massiccia dello Stato a scopi di “pianificazione”. Si trattava di un patto volto a spartire gli extra-profitti delle imprese oligopolistiche tra i fattori di produzione, ignorando – non inconsapevolmente – il ruolo che il mercato ha proprio nell'erosione di dette posizioni.

Come tu sai, infatti, ciò che rende “buoni” i mercati concorrenziali è proprio l'assottigliamento delle rendite oligopolistiche! Altrettanto scarsa fu la riflessione che venne dedicata all'uso opportunistico dei politici delle imprese pubbliche. Allo stesso tempo, l'idea che la mobilità sociale sia frutto di mercati concorrenziali era, ed è, completamente aliena in quell'apparato teorico: non a caso molti di voi incontrano un muro quando sostengono l'opportunità di riforme in questo senso, dal mercato del lavoro all'istruzione.

L'approccio citato mantenne l'egemonia durante gli anni '90, punto massimo di espressione del riformismo di sinistra italiano. Sotto la spinta dell'urgenza di far cassa e di ridurre la disoccupazione si procedette a privatizzazioni e a importanti modifiche nella legislazione del lavoro. Il futuro PD subì questi provvedimenti, non li gestì né li fece propri: in particolare le privatizzazioni. Non ci fu infatti alcuna spinta verso la liberalizzazione, dal momento che non risultava chiara la necessità di rendere concorrenziali i mercati per generare crescita economica e mobilità sociale. Al contrario, l'apparato dello Stato (dagli alti funzionari in giù) lottò, quasi senza avversari, per mantenere la sua influenza. E le fondazioni bancarie stanno lì a testimoniarne la schiacciante vittoria. Allo stesso modo, la legge Treu si limitò a scaricare sulla generazione più giovane il costo dell'aumentata flessibilità. Tutto questo non successe per caso. Fu frutto dei limiti culturali di quella classe dirigente (che è la stessa di oggi), oltre ovviamente a corposi interessi materiali. I “capitani coraggiosi”, d'altra parte, sono un'invenzione della sinistra di quegli anni! 

Niente è stato fatto negli ultimi 15 anni per superare quei limiti. Al contrario, sono stati fatti cospicui passi indietro. Invece di riflettere sul ruolo dell'innovazione nell'economia di mercato, della concorrenza nel disegnare gli incentivi del settore sanitario e dell'istruzione, di ripensare l'attuale soffocante tassazione su ogni attività produttiva, il centrosinistra italiano ha partorito il Prodi-bis. Un governo che ha aumentato le tasse sui precari per finanziare un abbassamento dell'età pensionabile riservato ai fortunati appartenenti alla generazione e ai settori “giusti”. Inoltre, è salita alla ribalta un'ala statalista che ha scelto di usare la crisi finanziaria per tornare a vecchie certezze sul ruolo dello Stato e del mercato. Un'offensiva, quella dei Fassina e degli Orfini, rispetto alla quale l’approccio concettuale amendoliano è risultato intellettualmente disarmato.

L'esperienza del governo Monti purtroppo ci sembra ricalcare quella degli anni '90. Il PD, di fronte all'insostenibilità del sistema economico attuale, reagisce concedendo di malavoglia e con titubanza soltanto il necessario ad evitare il collasso del Paese. Anche l'ala più montiana del partito vede il pareggio di bilancio essenzialmente come un obiettivo di aumenti di tasse, non di riduzione della spesa. Che una mentalità così radicata possa cambiare nel giro di qualche mese ci sembra irrealistico, ma non basta. 

Venendo al secondo punto, infatti, ci sembra lecito chiederti: chi e cosa rappresenta, oggi, la sinistra italiana? Di quali interessi l'attuale classe dirigente sembra non voler perdere il voto, e di quali, invece, non sembra interessata ad inseguire il consenso? Qual è, tra l'altro, il livello di coinvolgimento dei suoi dirigenti nel sistema parassitico che, dalle fondazioni bancarie alle municipalizzate, tanto danno crea al Paese? Per contro, quale consenso ha, il partito, nelle zone e nei ceti più produttivi, più esposti alla concorrenza verso l'estero, meno tutelati da sussidi e regolamenti? Quali sforzi ha fatto il partito per recuperare consenso in quelle zone e in quei ceti?
Facci sapere. Noi attendiamo pazienti, lavorando a una forza che voglia cambiare davvero lo stato presente delle cose.

Questo articolo è una versione sintetica di un articolo pubblicato su noisefromamerika.





07/08/2012
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