Buona idea. Ma se Berlusconi non ci sta?
di Il Riformista
|
tutti gli articoli dell'autore
di Peppino Caldarola
Massimo D’Alema ha lanciato ieri, con una intervista al Corriere della Sera, la proposta di un governo di transizione. Si tratta di «una soluzione temporanea, legata a obiettivi precisi» che il leader pd individua nella «riforma della legge elettorale» e nella «realizzazione di un compromesso ragionevole fra Nord e Sud in materia di federalismo». Qualche giorno prima Pierferdinando Casini aveva proposto «un governo di larghe intese» che conservasse a Berlusconi lo scettro di premier. La proposta di Casini non ha avuto successo perché il Pd l’ha subito rifiutata. Ci sono possibilità che abbia maggior fortuna quella di D’Alema?
Il centrodestra attraversa la sua crisi più grave. L’ecatombe di ministri e sottosegretari costretti a dimettersi prosegue. Il coordinatore del Pdl Verdini vacilla. Lo scontro interno al partito berlusconiano non conosce solo la fronda di Fini ma coinvolge anche altri settori del partito. Non è solo una battaglia di palazzo. Di mezzo c’è una crisi economica che sta lacerando anche il blocco elettorale che ha vinto le elezioni. Il carisma del capo sembra affievolirsi e la produzione di sogni su cui costruire una nuova egemonia si è fermata. Il governo è stato commissariato da Tremonti contro il quale crescono malumori e dissensi. La Lega, principale alleato, mostra segni di irritazione verso un esecutivo lacerato dalla questione morale e teme per la riforma federale. Più o meno le cose stanno così.
Diverse volte nel passato Berlusconi ha dimostrato di saper cavalcare le situazioni più difficili. È per questo che molti suoi sostenitori, e i giornali che lo amano, lo spingono a riprendere il comando per dare una sterzata alla situazione. Può farlo? Il premier ha tentato la via furbesca di proporre a Casini l’ingresso nel governo per arginare la fronda di Fini e allargare la maggioranza. Ha fallito. L’unico asso che ha in mano prevede l’avvio di una operazione di normalizzazione nel partito per prepararlo a una nuova e anticipata consultazione elettorale che abbia il senso di un referendum sulla sua persona. Teoricamente esiste anche la possibilità di un armistizio con Fini, ma pochi scommetterebbero un centesimo su questa ipotesi. Il “nuovo predellino” e le elezioni anticipate si presentano, quindi, come le uniche soluzioni a disposizione del premier. “Nuovo predellino” vuol dire scioglimento del Pdl, operazione cruenta e impopolare che potrebbe essere compensata solo da un patto federativo con la Lega. Per le nuove elezioni c’è bisogno dell’assenso del Quirinale. Esiste anche il rischio che di fronte a elezioni anticipate, provocate dal fallimento del Pdl, la Lega decida di andar da sola per raccogliere tutto il seminato. È già successo.
Questo sommario riepilogo della situazione, vista dall’angolo visuale del Cavaliere, porta a dire che il nostro eroe non ha vie d’uscita. Ogni sua mossa ne provoca altre di segno opposto e di potenza analoga. Non gli era mai successo prima. In un altro Paese occidentale un premier messo così si ritirerebbe.
L’opposizione ha indicato due soluzione contrapposte. Quella di Casini non ha avuto seguito perché presuppone di mantenere alla guida del Paese un premier in crisi di leadership, soluzione che il resto dell’opposizione giudica inaccettabile. Il mondo giustizialista propone la solita strategia. Propaganda esasperata in attesa che la magistratura dia il colpo finale al premier. Non è mai accaduto prima, non accadrà neppure oggi malgrado la “questione morale” stia mettendo alle corde il gruppo dirigente della nuova destra. Tuttavia la vera obiezione al dipietrismo è un’altra. La via giudiziaria non ha mai affrontato il tema del consenso. Il berlusconismo è un fenomeno di popolo. Solo un’alternativa credibile può erodere questo consenso e aprire una nuova fase che non ripercorra gli errori del dopo-Tangentopoli.
È giusto, quindi, immaginare un passaggio intermedio. La soluzione di transizione proposta da D’Alema ha molti pregi. In primo luogo fa uscire il Pd dal limbo con una proposta politica. Soprattutto, però, ha il vantaggio di indicare il tema principale della discussione. È questo: il Paese non può permettersi una crisi prolungata e devastante. Probabilmente a fine d’anno sarà necessaria un’altra manovra economica mentre si acuisce la crisi sociale e l’antipolitica dilaga. Se non c’è una correzione di rotta, rassegniamoci a vivere in un Paese destinato alla marginalità pronto a una nuova ondata populistica.
La proposta di D’Alema tiene conto di tutto questo e non a caso si rivolge direttamente a quella parte del gruppo dirigente del Pdl che considera sensibile alle preoccupazioni dilaganti. I retroscenisti diranno che questo appello è probabilmente rivolto a Tremonti. Per il momento questo aspetto della questione è irrilevante. Più sostanziosa è un’obiezione di fondo. La transizione e il governo che dovrebbe guidarla possono trovare nel Pdl sponde e interlocutori? Per quello che abbiamo capito in questi anni a destra sono nati un movimento popolare e un partito politico in cui il dato della leadership di Berlusconi è costituente. Non c’è nessun leader che sia in grado di sostituirlo nell’immaginario del suo popolo. Qui abbiamo non solo la certezza che Berlusconi non pensa al ritiro ma sappiamo che potrebbe in qualunque momento sconfiggere una fronda contraria. Infatti nel Pdl c’è un’area disponibile alle “larghe intese” solo se al comando resta Berlusconi.
La stagione del dialogo era fondata sull’ipotesi di concordare con Berlusconi legittimazione reciproca e riforme condivise. Giusta o sbagliata che fosse quell’idea politica, Berlusconi l’ha affondata, quindi non esiste più. Resta in campo solo un’altra possibilità, cioè che questa fronda alla fine venga allo scoperto, scenda in campo e sia in grado di mettere nell’angolo Berlusconi. Non ci sono segnali percepibili che vanno in questa direzione, ma nel momento in cui ci trovassimo di fronte a questo scenario, cioè ad una crisi verticale del Pdl, il quadro politico sarebbe così mutato da suggerire il ricorso al voto anticipato per sanzionare la fine di un’epoca. Le difficoltà che potrà incontrare la proposta di D’Alema non devono far sottovalutare tre elementi positivi che contiene: il Pd rigetta la via giustizialista e torna in campo con un’idea politica, c’è un appello alle forze di destra più responsabili, c’è una apertura alla Lega. Un buon avvio per la “transizione”.
17 July 2010