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L'equilibrio e la forza

di l'Unità | tutti gli articoli dell'autore

Invece di Concita De Gregorio

 

Né troppo né poco, era difficile stare in equilibrio su un crinale così. Né troppa pancia - troppe urla, rabbia, troppe accuse all'indirizzo sbagliato - né troppa testa, che non diventi per la folla un incomprensibile sussurro di diffidenze reciproche. Esiste un posto così? Un luogo dove la piazza e la politica si incontrino? E che forma ha, che sapore ha, di cosa suona? Eccolo, chi arriva si guardano intorno come per riconoscerlo ma è nuovo, non somiglia a niente: è piazza del Popolo alle tre del pomeriggio. Vista dall'alto e da lontano un puzzle di tessere che combaciano, pezzi di bandiere che si incastrano, gialle viola rosse e coi gabbiani, bianche rosse e verdi con le scritte ma anche senza, bandiere italiane. Un vestito da arlecchino ben cucito: non stringe, calza elastico su una folla di persone che si somigliano ma non si conoscono, arrivate da storie diverse sotto insegne distinte, o con nessuna. A destra i viola, a sinistra il Pd, al centro Di Pietro. Palloncini Cgil, Sinistra e Libertà, cartelli scritti a pennarello: «Votate Alì Babà, almeno i ladroni saranno solo 40». Molti venuti da soli, in treno famiglie coi bambini, direttamente da scuola i ragazzi in viola con gli zaini. Sembra un'enorme piazza di paese dove si siano riuniti tutti dopo il maremoto. Una comunità di persone che si erano fino a ieri solo intraviste, oggi qui insieme per il bene comune. C'è qualcosa da difendere, è di tutti. C'è un paese in rovina. C'è un futuro da ricostruire. Ci siamo? Ci siamo.
Che sia un inizio lo sentono e con parole diverse lo dicono tutti, dal palco. «Il nuovo inizio», dice proprio Emma Bonino. «Il cantiere», dice Vendola. «L'inizio dell'alternativa, piazza di primavera», Bersani. Che sia una piazza dove la gente è venuta a portar via le macerie di un paese fatto a pezzi anche, lo sentono e lo dicono tutti. «Macerie», inizia Vendola. Poi Di Pietro, «macerie che lascia questo regime al crepuscolo», da ultimo Bersani.

Dunque questo. Come dopo un lutto comune: una folla appena un po' guardinga, prudente ad alzare la voce, più acuta la speranza della rabbia. Al posto delle carriole hanno tra le mani la Costituzione, l'Agenda rossa di Borsellino, un giornale. Una piazza così devota alle regole da aver creato, spontaneamente, una zona fumatori: tutti davanti al bar Canova, nessuno tra la folla che ci si potrebbe bruciare. «No ai trucchi, sì alle regole» c'è scritto infatti sul palco. Gente onesta, che rispetta le regole e le vuole rispettare. La novità politica, si dirà poi a sera, è la moderazione di toni di Di Pietro che per tre volte, tre, si rivolge alla folla chiedendo «vi prego», «per favore, state uniti». «Per favore» a un comizio non si era ancora sentito. L'obiettivo è vincere, non sbagliamo bersaglio. «Questa piazza è qui per sapere cosa vogliamo fare noi». Applausi. «E cosa volete fare?», domanda una ragazza. «Ricostruire». Non una parola su Napolitano e campo aperto a Bersani che, subito dopo, può attaccare forte su Berlusconi-Carnera, quello delle bolle di sapone e dei miracoli, «il capopopolo e caporedattore Tg1». Risate, bandiere. Ma è Nichi Vendola, per primo, a scaldare i cuori.

Presto, appena all'inzio, subito dopo Emma Bonino che esile come una piuma dice parole di ferro: «Un regime da basso impero, prepotente perché moribondo. Evitate, evitiamo le trappole. Siamo la riscossa democratica e civile». Ovazione e donne in prima fila premurose: mangia, però, Emma. Poi Vendola. Immaginifico e fiorito come un prato, l'unico leader al mondo che possa parlare ad una piazza in latino ed essere salutato con la ola, «Berlusconi è legibus solutus», ovazione. Parla di «sponda del fiume» che non possiamo permetterci, dice cose come «la povertà è colpevole per definizione, la ricchezza innocente per ontologia». Invita: bisogna riflettere su quale sia stata la forza e il segreto del berlusconismo. Non parla mai di programma politico, lo chiama racconto perché sa che è di questo che c'è oggi bisogno: una narrazione nuova. «Il racconto del berluconismo non funziona più ma noi non abbiamo ancora trovato un racconto convincente, coerente». Ecco, appunto sventolano in piazza le bandiere. «Oggi, qua, si riapre il cantiere». (Dalla piazza: speriamo). «Il centrosinistra qui ritrova il suo popolo. Perché per troppo tempo abbiamo avuto un popolo senza politica e una politica senza popolo». (È vero, è vero: due anziani con la bandiera del Pd sulle spalle).
Movimenti a centro piazza. Strilloni che vendono Repubblica e il suo direttore Ezio Mauro tra la folla. Stand de L'Unità, Il Manifesto, davanti a quello Liberazione Adelmo Cervi, figlio di uno dei sette fratelli (Aldo). Rammenta quando Berlusconi voleva conoscere il nonno. Tenda, sulla destra, che dispensa «panini di Milioni». Con la porchetta, questi. Magliette a dieci euro: Sono incazzato nero. Resistere. Pertini non avrebbe firmato. Tana per Minzolini.

Sotto il palco Epifani e Susanna Camusso, Marino Franceschini e Veltroni, Cossutta padre e figlia, Castagnetti, Lannutti paladino dei consumatori che parla dell'inchiesta di Trani. Bobo Craxi ormai identico a suo padre, fisicamente. Sul palco Riccardo Iacona, coraggioso, parla del coraggio di tanti giornalisti Rai. De Magistris a una telecamera: vogliamo in poco tempo riportare la parte migliore della politica al governo del nostro paese. Dietro a lui una bandiera col volto di Berlinguer. Più in là Falcone e Borsellino nella foto in cui si parlano, il Che, No nuke, Democrazia atea che è un nuovo partito, spiega la fondatrice Carla Corsetti, «per un paese democratico e laico nel rispetto della Costituzione». Musica, giovani che intonano in coro la canzone di Frankie Hi Energy, cinquantenni che ignorano chi siano e vanno a ritmo con la testa.

Ora sul palco Di Pietro in sciarpa viola, la usa anche per reggere il braccio rotto. «Berlusconi è Nerone che ride mentre l'Italia brucia». Gli applausi più forti sono quando dice «le nostre mele marce buttiamole fuori da soli» e poi, a proposito dello sfacelo dell'informazione ad opera del Nerone, «sul conflitto di interessi con il padrone dei media c'è chi in passato ha pensato di scherzare col fuoco e si è bruciato le mani. Dovrebbe essere qui oggi a chiedere scusa». Molto fotografato l'unico striscione polemico col capo dello Stato: giallo come per gli annunci immobiliari dice «Vendesi Repubblica, rivolgersi Napolitano». Glielo indicano, Di Pietro risponde «non ne so niente». «Servono fiducia e umiltà», dice alla fine. «Servono lavoro, onestà, regole, civismo», riprende Bersani che parla subito dopo di lui, e conclude. «Cari amici e compagni»: su questo governo «che si fa solo vestiti su misura» vinceremo liste o non liste. Il lavoro al primo posto. La scuola pubblica. Un progetto per il futuro: «Berlusconi non può più parlare al futuro». Saluta col sorriso. «Guardate che le cose cambiano». Bisogna crederci. Cambiano? Chiede una giovane madre con in braccio la bambina Elisa. Accanto a lei tre ragazzi ripiegano lo striscione «Basta de-cretini»: cambiano, cambiano, fa uno. Cambiano, dice tornando lento verso via del Corso Denis, che ha ottant'anni scritti in faccia e viene da Ravenna. «Io magari non lo vedo ma lei - indica la bimba - lei di certo sì. Il fatto è, cara signora, che adesso tocca a voi».

14 March 2010
 
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