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Il latte di pecora dell'isola stretto tra la crisi economica e l'incubo del gigante cinese

di La Nuova Sardegna | tutti gli articoli dell'autore

 
Domani alla Camera di Commercio di Sassari un convegno della Fondazione Segni mette a confronto studiosi, politici e operatori

PASQUALE PORCU

SASSARI. «Il mercato del latte ovino tra prezzi e costi» è il titolo del convegno di studi che la Fondazione Antonio Segni organizza per domani alle ore 10 nella sala della Camera di commercio.
Nel convegno sarà presentato il volume «Economia dell’allevamento ovino da latte» di Lorenzo Idda, Roberto Furesi e Pietro Pulina edito da Franco Angeli. Dopo i saluti delle autorità, prenderà la parola Mario Segni, presidente della Fondazione Antonio Segni. La relazione generale è affidata ai professori Lorenzo Idda, Roberto Furesi e Pietro Pulina della facoltà di Agraria dell’università di Sassari. Sono previsti gli interventi programmati di Toto Meloni, presidente del consorzio di tutela del Pecorino Romano; Giommaria Pinna della Fratelli Pinna di Thiesi; Leonardo Tilocca, presidente della coperativa di Anela; Marino Contu, direttore dell’associazione regionale allevatori; Marco Scalas, presidente della Coldiretti; Giorgio Piras, presidente della Confederazione italiana agricoltori e Gigi Picciau, presidente della Confagricoltura. Alle 15,30 ancora interventi programmati: Lorenzo Scanu, del Banco di Sardegna e Ivano Spallanzani, presidente della Banca di Sassari. Dopo il dibattito concluderà i lavori l’assessore regionale all’agricoltura, Andrea Prato.
Quello di domani si annuncia come un prezioso momento di dibattito sulla situazione del più importante comparto agricolo della Sardegna. Importante dal punto di vista storico, ma anche per numero di addetti (circa 20 mila) e per fatturato.
La Sardegna rappresenta il 58 per cento del latte ovino prodotto in Italia e il 43 per cento delle carni ovine italiane. Due terzi dei formaggi di pecora prodotti in Italia vengono dalla nostra isola.
Per analizzare in maniera scientifica il comparto ci vorrebbero dati certi. Che però non esistono. A cominciare dal numero dei capi ovini. L’Istat parla di 3 milioni e 600 mila capi, ma sono almeno un milione in meno. «Occorrerebbe istituire un osservatorio regionale- dice il professor Lorenzo Idda- che fornisca dati aggiornati non solo per il comparto ovino. Sulla base dei dati veri di ciò che produciamo, la Regione potrebbe programmare meglio gli indirizzi da dare ai singoli prodotti. Personalmente sono convinto che la nostra isola possa vendere bene formaggio e carciofi».
Un lavoro veramente prezioso per la conoscenza del comparto ovino, quello pubblicato nel libro a cura dello stesso Idda, Furesi e Pulina. Nello studio si sottolinea l’importanza dell’essenziale funzione sociale svolta dal settore. Dal momento che «le imprese pastorali e le industrie casearie- dicono i tre docenti- riescono a garantire reddito, occupazione e vitalità economica in aree dove le alternative produttive sono scarse o inesistenti».
«Nel nostro studio abbiamo ripreso- dice Idda - la medesima impostazione scientifica che aveva ispirato importanti contributi di ricerca svolti in passato (in particolare quelli prodotti nel 1972 nell’ambito dei lavori svolti dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sui fenomeni di criminalità in Sardegna). Al centro dello studio abbiamo collocato l’impresa pastorale, nella ferma convinzione che il settore lattiero-caseario regionale può rimanere competitivo solo se si fonda su un sistema di aziende zootecniche forte e che sappia garantire adeguati livelli di reddito ai suoi operatori».
«Delle imprese ovine sarde - ribadiscono Furesi e Pulina- si è studiato il quadro strutturale, tecnologico ed organizzativo, si sono determinati i redditi generati dall’attività di allevamento e si sono quantificati i costi che le aziende devono sostenere per ottenere un litro di latte. Tenuto conto del fatto che la pastorizia regionale rappresenta una realtà assai eterogenea, si è ritenuto necessario lavorare su un numero di realtà aziendali sufficiente a rappresentare le principali specificità dell’isola».
«Per questo - precisano gli autori- si deve rimarcare che l’aspetto della disomogentià deve essere sempre tenuto presente quando si tratta delle questioni della pastorizia e del latte in Sardegna. Questo significa, più specificamente, che è più corretto parlare di una pluralità di “costi” di produzione del latte piuttosto che di un unico e generalizzato “costo”».
L’azienda è cambiata Notevoli, negli ultimi decenni, i cambiamenti nel sistena zootecnico-pastorale, nelle modalità di allevamento e nei livelli di reddito degli allevatori. Intanto perchè, precisa Idda, «gli allevatori oggi pascolano il bestiame su terreni di loro proprietà o che detengono con rapporti di affitto di lunga durata, per cui sono quasi scomparse le imprese “nomadi”». E poi perchè gli imprenditori «hanno iniziato a costruire fabbricati, e a dotarsi di macchine».
Si è modificato anche il sistema di allevamento. Al pascolo naturale si è affiancata la coltivazione dei foraggi e l’impiego, spesso smodato, di mangimi.
Costi di produzione Nel volume si sottolinea come molti di questi cambiamenti abbiano migliorato considerevolmente le condizioni di lavoro dei pastori ma abbiano anche prodotto un appesantimento dei costi al quale non hanno corrisposto adeguati progressi sul piano delle entrate. Con la conseguenza, dice Furesi «che ne è derivato un generalizzato deterioramento della posizione reddituale delle imprese, molte delle quali chiudono i conti solo grazie agli aiuti erogati dall’autorità pubblica in attuazione della Politica Agricola Comunitaria». Dallo studio effettuato risulta infatti che questi sussidi (circa 57 euro a pecora) incidono mediamente per circa un quarto del fatturato complessivo delle aziende e che se mancassero i premi quasi nessuna azienda riuscirebbe a coprire i costi di produzione con la sola vendita dei prodotti.
I formaggi prodotti in Sardegna. L’offerta casearia regionale risulta tuttora largamente incentrata sul “Pecorino Romano”, che è per in massima parte esportato in Usa. Da qualche tempo, però, la domanda di questo prodotto sul mercato Usa ed i relativi prezzi di vendita risultano in calo per la concorrenza sempre più spinta esercitata da diversi paesi». Nonostante le difficoltà «il “Pecorino Romano” - dice Idda- è e resta il baricentro del sistema lattiero caseario regionale ed uno dei pochi formaggi ovini (col Roquefort e il Feta) ad avere una visibilità ed un ruolo economico di respiro mondiale».
Il futuro La pecora sarda tradizionale non esiste quasi più. Era un animale frugale che sapeva vivere nelle cosiddette “aree marginali”, nelle quali ha trovato il proprio luogo economico ottimale. Il tradizionale modello di allevamento ovino, fondato sull’uso quasi esclusivo del pascolo, su pochi investimenti e su bassi carichi di bestiame per ettaro, si è evoluto, verso sistemi di allevamento che prevedono maggiori investimenti sulla terra e in macchinari, selezione genetica del bestiame, crescente ricorso alla coltivazione dei foraggi e all’utilizzo di mangimi. «Dall’analisi condotta- dicono i tre docenti - risulta che i migliori risultati economici sono conseguiti da quelle aziende che riescono a trovare il giusto equilibrio tra vecchio e nuovo modello di gestione».
La Cina è vicina La globalizzazione in atto ischia di cogliere impreparato anche un settore relativamente pronto al confronto internazionale come è quello lattiero-caseario sardo. Il pericolo maggiore può venire dalla Cina che negli ultimi 20 anni è stata capace di aumentare la propria produzione di latte ovino del 120%, tanto da diventare il primo produttore mondiale (così come è il primo paese al mondo per numero di capi ovini allevati).

11 March 2010
 
I commenti dell'articolo [1]
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1. enas marisa
28/04/2010 13:00
certo che mancava anche il mercato cinese! se fossimo più uniti tante cose sarebbero già state risolte! se avessimo un marchio di rintraccibilità il mercato cinese non farebbe così paura! la regione deve diffendere con le unghie e i denti l'agricoltura sarda in ogni comparto!io credo che l'agricoltura èil comparto che deve essere tutelato in ogni ambito !darebbe certezza anche all'economia e tanto lavoro!!!!!!!!!moglie infuriata
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