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Riportiamo la politica nella dimensione sociale

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di Leonardo Domenici

 

Le attuali e assai serie difficoltà che incontra il progetto del Partito Democratico sono da ricondursi anche a un problema di fondo di cultura politica carente, confusa e insufficiente? Personalmente ritengo di sì e molti autori hanno recentemente messo in evidenza questo punto. Penso anche, però, che c’è bisogno di affrontare la questione nella giusta ottica e allargare l’orizzonte della riflessione. In fin dei conti, i problemi preesistono alla nascita del Pd e riguardano l’intera area delle forze democratiche e progressiste della sinistra riformista europea. Le risposte messe a punto negli anni Novanta, pur se talora vincenti sul piano elettorale, si sono rivelate inadeguate e fuorvianti, in alcune occasioni del tutto sbagliate. Oggi il vuoto di analisi e la debolezza della proposta si manifestano con chiara evidenza: non abbiamo capito bene che cosa stava accadendo intorno a noi e che cosa, di conseguenza, ci poteva succedere. In sostanza, mi sembra che si sia rinunciato a costruire un punto di vista, critico ma non ideologico, sulla fase storica che stiamo attraversando. L’incapacità di produrre una interpretazione critica dei processi di riorganizzazione del potere e dei poteri, su scala globale e nazionale, ha impedito di lavorare alla elaborazione di una risposta politica autonoma, al punto che in più occasioni l’iniziativa è invece venuta (e continua a venire) da una destra più spregiudicata e proteiforme di quanto ci si potesse aspettare.

 

La necessaria modernizzazione dei paradigmi tradizionali della sinistra democratica si è a poco a poco trasformata in acquiescenza e subalternità a una egemonia non contenuta del fondamentalismo di mercato. La politica si è indebolita e ha perso autonomia: la campagna sui “costi della politica”, apparsa sicuramente giustificata dagli sprechi, distorsioni e superfetazioni burocratiche, ha finito per occultare uno dei problemi fondamentali delle nostre democrazie, vale a dire il fatto che in esse ormai la politica dipende quasi del tutto dal denaro e che “il denaro compra l’accesso al potere” (Rawls). Nella errata convinzione di mettersi al passo con i tempi e forse di rafforzare la nostra legittimazione a governare, abbiamo accettato di competere su un terreno sul quale non potevamo che perdere (come quando, per esempio, anziché investire energie nella elaborazione e nella battaglia politica e istituzionale per dare nuove regole ai mercati finanziari e agli istituti di credito, si è preferito accarezzare l’idea di avere banche “nostre”).

 

Ci avviciniamo così a quello che, a mio parere, è il punto centrale: noi abbiamo assistito in modo sostanzialmente passivo allo smantellamento della “mentalità pubblica”. Intendo, con questo, qualche cosa che va oltre il problema, già di per sé assai serio, della messa in discussione del ruolo del pubblico in ambito economico e sociale: mi riferisco, infatti, a un fenomeno che si è manifestato più in profondità e ha permeato di sé il senso comune e la “cultura di massa”. E’ una tendenza che, incontrastata e portata all’estremo, annienta il senso di appartenenza sociale inteso come condizione ineliminabile non soltanto per il proprio modo di essere individuale, ma anche come presupposto imprescindibile della possibilità di autorealizzazione personale. In questo modo il confine (già inevitabilmente mobile e flessibile nella società attuale) fra “sfera pubblica” e “sfera privata” salta del tutto ed è il privato, inteso anche nel senso di “privacy”, a dilatarsi oltremodo, a invadere il pubblico, a sovrastarlo e a conferire ad esso valore e significato.


Vorrei fare, a questo punto, una precisazione. Tutto quanto detto finora ha poco a che fare con la dialettica “statalismo-antistatalismo”. Non è questo il punto. Non si tratta di riaprire una discussione sui principi liberaldemocratici o su categorie costitutive dell’agire sociale (la libertà, il mercato, l’individuo…). Né di tornare a coltivare il mito di una “società altra” o di un finalismo storico da “sol dell’avvenire”: se non altro, il XX. secolo ci ha definitivamente insegnato che la autogiustificata convinzione di saper imporre il bene alle masse si trasforma, con quasi matematica certezza, in produzione di mali. E neppure, infine, si tratta di banalizzare la questione a livello di dibattito su “liberalizzazioni sì o no”. Io credo che la rielaborazione di un punto di vista critico sul modo in cui si stanno strutturando il mondo nel quale siamo immersi e i poteri spesso anonimi che lo indirizzano, sia un buon modo per contribuire alla rivitalizzazione degli stessi sistemi liberaldemocratici, per impedirne lo svuotamento e assicurarne una positiva implementazione politica.

Questo vuol dire, però, ricollocare la politica in una dimensione sociale. Oggi la socialità è estromessa dalla politica, anche perché, come già accennato prima, ciò che prevale è la proiezione nella sfera pubblica della vita personale, costituita da aspirazioni e interessi di cui si dà acriticamente per scontata l’autenticità.

La sinistra democratica e riformista non ha saputo opporsi in modo intelligente a questa tendenza in atto e in particolare non lo ha saputo e voluto fare sul piano culturale, intendendo questo non come dibattito intellettuale, ma come senso comune diffuso. E’ forse vero che, se anche fossimo riusciti a farlo con determinazione, il corso storico non sarebbe cambiato. Ma è pure probabile che non avremmo perso così tanto terreno e che la ricostruzione di qualcosa di nuovo sarebbe stata meno ardua e problematica di come si presenta oggi. E soprattutto avremmo potuto evitare che il nostro stesso agire politico venisse condizionato e contagiato più di tanto dal clima generale dominante, che ci ha portato a lasciare dissolversi il patrimonio di relazioni umano-sociali su cui non può non poggiare una formazione politica democratica e riformista, perché è proprio quella rete strutturata di relazioni che dovrebbe dare senso e forma compiuta agli interessi soggettivi e alle aspirazioni individuali di coloro che vi aderiscono e, a maggior ragione, di coloro che vi ricoprono incarichi di responsabilità.

Non credo che il Pd dovrebbe vergognarsi di perdere un po’ di tempo a discutere di queste cose. Fra l’altro, la valorizzazione dello spazio pubblico-sociale dovrebbe essere un terreno privilegiato di incontro e di elaborazione di una comune identità sia per la tradizione cattolico-democratica che per quella della sinistra storica. Il problema è se la dissoluzione di questa rete strutturata non sia ormai talmente profonda da aver desertificato tutti i luoghi, le sedi e le occasioni in cui potersi confrontare su questi temi di cultura politica fondativa.

Da un rinnovato punto di vista critico, che non sia espressione del pregiudizio ideologico o di apostoli illuminati e si cimenti invece con la sfida concreta delle scelte di governo, può scaturire una proposta riformista che dia nuovo spazio alla speranza, al cambiamento possibile e alla politica come cosa seria. Punto di partenza è la riaffermazione del ruolo essenziale e decisivo della “sfera pubblica” variamente articolata e declinata, senza la quale la ricerca della autonomia della politica rischia di rimanere una volontaristica petizione di principio. Per intraprendere questo difficile cammino, bisogna come primo passo saper uscire dalla alienante ed esasperata rappresentazione mediatica di circuiti politici chiusi e ristretti per cercare di riavvicinarsi alla realtà, nel tentativo di ricostruire pazientemente una comprensione critica del mondo in cui viviamo senza il velo dell’ideologia.

08 February 2010
 
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