di Antonietta Mazzette | tutti gli articoli dell'autore
No al golf, no al consumo del suolo, ma allora come combattere la povertà, chiede il primo firmatario della proposta di legge sui campi da golf nel suo articolo “Il nostro è un progetto con sicure ricadute: 25 campi non sono affatto troppi” (La Nuova Sardegna 7 agosto 2011).
Ebbene sì, No al consumo del territorio, non per astratte ragioni ideologiche ma per almeno tre buone e concrete ragioni: 1. la cementificazione non ha prodotto lavoro stabile e qualificato e neppure benessere sociale (che non significa che alcuni non abbiano accumulato ingenti ricchezze basate sulla rendita immobiliare); 2. il territorio è una risorsa scarsa e irriproducibile; 3. dire stop al consumo del territorio significa mettersi in linea con le parti europee più avanzate. Mi si accuserà di voler mandare al macero l’intero settore edilizio.
Ma come ben sanno gli addetti ai lavori, per uscire dalla crisi dell’edilizia non si può continuare a costruire edifici che non si sa bene a chi vadano, ma servono complessivi piani di riqualificazione dell’ingente patrimonio costruito nell’Isola e interventi di natura strutturale che mettano fine al fragile assetto di mobilità interna, storicamente un vero e proprio limite allo sviluppo. Per attuare ciò sono necessarie una forte innovazione del settore, in termini di professionalità e di tecnologie, un’idea complessiva di recupero che non può essere delegata al fai da te dell’impresa e di qualunque edizione di Piano casa, ingenti risorse finanziarie che non possono essere individuate attraverso la negoziazione urbanistica, strumento ahimè assai utilizzato nel nostro Paese: volumetria in cambio di una cessione all’amministrazione pubblica di aree che si sarebbero potute acquisire comunque.
Il territorio è una risorsa limitata e irriproducibile e ciò è reso evidente dai numeri forniti da diversi enti di ricerca nazionali. Mi limito a citare quelli del Consiglio nazionale dei geologi dell’ultimo rapporto annuale: mediamente ogni abitante in Italia dispone di “249 mq di superficie artificiale”, con valori assai più alti nelle regioni a vocazione turistica. I dati che riguardano la Sardegna sono eclatanti perché, nonostante la popolazione da decenni si sia attestata attorno a 1.600 mila unità, si registrano “circa 700 mq di superficie artificiale per abitante, di cui 557 mq per superficie urbana” nella provincia di Olbia-Tempio, e valori pro-capite compresi tra 510 e 391 mq nelle province di Carbonia-Iglesias, Medio-Campidano, Nuoro e Oristano, mentre sono un po’ più bassi i valori delle province di Cagliari e Sassari perché qui si concentra più popolazione.
Come mettersi in linea con le regioni più avanzate dell’Europa? Anzitutto con piani di governo del territorio a crescita volumetrica zero: sappiamo che i Puc recentemente adottati e quelli in itinere non vanno in questa direzione. Eppure, sarebbe utile che ogni amministrazione locale si dotasse di Carte del consumo del territorio, non ultimo per rendere nota l’entità del danno prodotto. Questo dibattito in Italia risale agli anni novanta, ma non è ancora mainstream. La Germania, invece, già nel 1985 aveva avviato il processo di contenimento del consumo del suolo, fissando la soglia di 30 ettari al giorno (un quarto della tendenza allora in atto) alla quale limitare l’aumento delle aree per insediamenti entro il 2020. Questa soglia, considerata una meta intermedia, è stata mantenuta da tutti i governi che si sono succeduti. È inutile ricordare che la Germania è il Paese europeo che sta affrontando meglio l’attuale crisi economica e sta mantenendo alti livelli di occupazione
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E veniamo al golf. Non sono affatto contraria a questo sport e se i club esistenti lo avessero promosso nelle scuole sarde, sarebbe un’opera meritoria: dimostrerebbero di essere lungimiranti, garantendosi nuovi affiliati tra le nuove generazioni, e aiuterebbero a contrastare il diabete infantile, malattia dalla quale la Sardegna non è affatto immune. Ma suvvia 25 campi da golf! Che anzi sarebbero persino pochi...
Le priorità della Sardegna sono altre e riguardano i problemi di decrescita della popolazione, di fuga dei giovani, in particolare dei laureati, di disoccupazione e conseguente impoverimento, legati in larga misura al fatto che la politica ha inseguito illusioni, invece di avviare un faticoso processo di riconversione produttiva. E vengo al turismo. Non c’è settore più aleatorio e instabile del mercato turistico. È stato sufficiente quest’estate un incremento dei costi dei trasporti, per abbattersi come una calamità sull’intero sistema.
La Sardegna deve ricominciare a produrre beni primari di qualità, deve saper raccordare tra loro le diverse iniziative d’impresa e saper stare sul mercato globale. In questa direzione, ad esempio, potrebbero andare tutti quei milioni di euro previsti per sostenere i costi strutturali, di manutenzione e promozionali del golf. Non dobbiamo partire da zero, ci sono dei buoni esempi di attività imprenditoriale, ma si tratta di “eccezioni” come direbbe Giacomo Mameli, che comunque vanno in tutt’altra direzione rispetto alle scelte regionali. Da questi esempi emerge che anche il turismo può trarre benefici, come esito non come unico punto di partenza.
Da cittadina chiedo che la politica non sia strabica e che sia, invece, coraggiosa perché avviare un processo di riconversione produttiva esige tempi lunghi, patti trasparenti tra diversi soggetti, chiarezza di punti di vista, volontà di dialogo e, soprattutto, un cambiamento di rotta.